·San Lollo·

Dopo molti anni sono tornato nel quartiere San Lorenzo, per accompagnare mia figlia e una sua amica a passare una serata con dei loro amici. Personalmente frequentavo San Lorenzo, che i ragazzi adesso chiamano “San Lollo”, ai tempi dell’università. Parcheggiavo a piazzale del Verano, davanti all’ingresso dell’omonimo cimitero monumentale. Mi ci avvicinavo con guardinga diffidenza, costretto dalla cronica carenza di parcheggi delle strade attorno all’università. In quel piazzale, invece, si trovava sempre, o quasi sempre, uno spazio nel quale si poteva lasciare la macchina, a cavallo tra il consentito e il vietato, confidando in un certo grado di tolleranza da parte dei custodi della viabilità. Nei giorni e nelle ore di maggiore traffico, avevo imparato a infilarmi in una viuzza che raggiungevo  passando davanti alla basilica di San Lorenzo, poi all’ingresso del cimitero, quindi a una bottega specializzata nella realizzazione di lapidi, infine davanti agli uffici cimiteriali. Non era un luogo accogliente, diciamo la verità. L’aspetto singolare è che in quel periodo ero di una superstizione patologica che mi costringeva, in prossimità del piazzale, a delle scaramantiche liturgie che cessavo solo nel momento in cui varcavo il cancello dell’università. Il fatto è che al primo esame avevo parcheggiato lì ed era andata bene, per cui, proprio in quanto superstizioso, non potevo che continuare a ripetere gli stessi itinerari e gesti. Per osmosi superstiziosa, piazzale del Verano era il parcheggio d’elezione anche per le serate “mondane”, che poi mondane erano molto poco, ma comunque pure esse ambientate a San Lorenzo, che era allora, fondamentalmente, il quartiere delle pizzerie. Ce n’erano tante, tutte alla buona, dai prezzi popolari e dalla qualità non eccelsa. Pizza romana, sottile, spesso cruda, inondata di sugo un po’ acido, accompagnata da supplì e birra d’ordinanza. Quante ne ho passate di serate così, partite con una certa compagnia, nella speranza che accadesse qualcosa di nuovo, che ci fosse un sorriso, un saluto e poi un approccio; al tavolo accanto, in fila per pagare, anche fuori del locale. Ma niente. Le serate iniziavano e finivano con le stesse persone con cui erano iniziate. Qualche volta pure con qualcuno di meno perché a un certo punto “Rega’, scusate, domani…” e allora uno, poi due e pure qualcun altro andavano via. 

L’altra sera, nell’accompagnare mia figlia e la sua amica, ho notato dei cambiamenti nel quartiere, dei quali del resto avevo letto nel tempo. C’è più mondanità, anche se sempre del tipo conviviale. Le pizzerie si sono trasformate in vinerie e aperitiverie. C’è molta gente in strada. Mi colpisce un bar che si autodefinisce “dei belli”. Più avanti resiste una trattoria, più in là ancora una pizzeria che c’era anche ai miei tempi. Il mobilio, gli avventori e i camerieri sembrano usciti da una foto di 30 anni fa. Li guardi e pensi: quanto futuro ha ancora un locale così? 

E’ cambiato molto in questi anni. Sono del resto cambiato anche io. 

Sulla via del rientro, ho deliberatamente deviato per piazzale del Verano e, imboccata l’antica viuzza, sono passato davanti alla bottega specializzata in lapidi, poi agli uffici cimiteriali. Ho rivisto il punto in cui trovavo quasi sempre parcheggio, a cavallo tra il consentito e il vietato e perciò tollerato dai custodi della viabilità. Andando via, sono passato serenamente davanti all’ingresso del cimitero, senza compiere nessun gesto scaramantico. Forse avrei dovuto, perché poco dopo sono stato fermato a un posto di controllo. Era da tempo che non accadeva. Patente, libretto e assicurazione. Tutto in regola. Persino la revisione. Anche questo non accadeva da tempo. 

Terminato il controllo, ho ripreso la strada di casa. 

Mentre percorrevo la via Tiburtina, nel tratto che fiancheggia il cimitero, ho rivolto un pensiero e un saluto a chi ora si trova lì. “Uno di questi giorni vi vengo a trovare”, ho promesso. 




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