·Ricorrenze·

Ognuno ha le proprie ricorrenze. Come tutti, anche io ho le mie ed è proprio dei giorni scorsi quella della mia laurea. Quest’anno, non so perché, ci ho pensato più delle altre volte. Ho iniziato la notte, dormendo agitato. E’ stato al risveglio che ho preso consapevolezza della ricorrenza. Da lì, ho rivissuto un po’ tutto. Mio padre che mi ricorda l’importanza di iscriversi al registro dei praticanti avvocati in quello stesso giorno, l’ultimo utile per potere poi sostenere l’esame di abilitazione dopo due anni e non tre. Io sul terrazzo di casa che continuo ripetere il discorso di presentazione della tesi. Sullo sfondo il panorama che aveva accompagnato tutte le mie giornate sin da quando ero nato. La percezione, ad un tratto, di essere diventato grande. Nel pomeriggio l’attesa nel corridoio dedicato alla sala delle lauree, con gli amici intorno, ed io che ripeto: “Non voglio nessuno dentro, ok?”. E quando poi arriva il mio turno ed entro, mentre la porta si chiude alle mie spalle, la mia amica che, giunta in ritardo e non avendo potuto ascoltare la mia intimazione, s’infila nella sala. Fui contento di saperla lì. E lei mi faceva il verso, dopo, ripetendo l’avverbio “plausibilmente”, del quale, evidentemente, avevo fatto un uso smodato. Ricordo poi un’altra amica che arriva sorridendo, dopo la discussione, regalandomi un mazzo di fiori. Cinque anni dopo con lei ci saremmo innamorati, e poi sposati.
Mio padre ed io salutammo tutti, a un certo punto, perché avevamo l’appuntamento al Consiglio dell’ordine; riuscii a iscrivermi all’ultimo tuffo, guadagnandomi così la teorica possibilità di guadagnare un anno. Possibilità che ovviamente non sfruttai. Ho spesso fatto in modo di sprecare il tempo, quando l’ho avuto. Servì, però, quel passaggio a vuoto, a darmi grinta e determinazione per i successivi appuntamenti di esami e concorsi.
Tornato a casa, trovai gli amici che erano venuti all’università e poi i parenti che i miei genitori, a mia insaputa, avevano allertato. Fu un bel pomeriggio: di soddisfazione, amicizia, affettuosità. Ho una foto da qualche parte che mi fa ricordare precisamente come mi sentivo. Non sapevo nulla, ovviamente, di quel che sarebbe successo dopo. Sapevo solo che di lì a tre giorni, con l’iconico biglietto di sola andata pagato dall’esercito, sarei andato ad Alessandria, alla scuola allievi agenti della Polizia di Stato, per la leva militare. Mia madre mi diceva di non andare, perché nei giorni precedenti, nella zona, c’era stata una grave alluvione. Come se gli obblighi militari fossero rinviabili per l’apprensione materna verso gli eventi metereologici.
Da allora oggi sono passati 27 anni, corrispondenti a 9.855 giorni, a loro volta pari a 236.520 ore. Un tempo durante il quale sono accadute una miriade di cose. Credo non me ne aspettassi nessuna, mentre giravo per Roma, di notte, e mi proiettavo in avanti.
Ho fatto quello che fanno tutti: ho cercato, desiderato, atteso, voluto, provato, sofferto, odiato, amato. Ho vissuto, insomma. E vivo, ringraziando Dio, continuando a non sapere cosa accadrà domani. Con questa consapevolezza, mi viene da sorridere, adesso.




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