·Quel pomeriggio d’inizio estate·

Un giocatore professionista, un ragazzo tredicenne, una nazione intera.

Ci sono eventi i sportivi che diventano il simbolo del cambiamento di un’epoca. 

Il 5 luglio del 1982, l’Italia aveva ancora addosso le cicatrici degli  anni di piombo. Anni di tensioni politiche e sociali, di crisi economiche pesantissime, di lutti. Era però, al tempo stesso un paese che aveva voglia di lasciarsi alle spalle dolori e preoccupazioni. Aveva voglia di rinascere. Con questi sentimenti l’Italia calcistica si avvicinò, quel pomeriggio d’inizio estate, a una partita che sembrava dal destino segnato, contro il  Brasile più forte, così si diceva, di tutti i tempi. 

Paolo Rossi, detto Pablito, che di quella nazionale, nel bene e nel male, era il simbolo, aveva già fatto in tempo a morire e risorgere diverse volte. Con tre gravi infortuni e la squalifica di due anni per il coinvolgimento nello scandalo scommesse. Era tornato a giocare, in pratica, un mese prima del mondiale, e sino a quel momento non aveva avuto prestazioni incoraggianti. Si diceva che l’Italia stesse giocando in dieci e che Bearzot, l’allenatore, si stesse ostinando a schierare un ex calciatore. 

Era dunque un caldo pomeriggio di inizio estate quando l’Italia tutta, con i contrastanti sentimenti di chi avrebbe voluto, ma ancora non sapeva di potere, era anzi convinto che fosse vietato vincere, si mise davanti al televisore per assistere a Italia – Brasile. 

E quel giorno, proprio quel giorno, Paolo Rossi cambiò il destino di una nazionale di calcio e divenne il simbolo di ciò che un paese intero voleva essere.

Segnò, dopo appena cinque minuti, portando incredibilmente l’Italia in vantaggio. 

Ovvio che adesso il Brasile pareggia, pensarono tutti quelli che erano davanti al televisore. 

E infatti, esattamente sette minuti dopo, Socrates pareggiò per il Brasile. 

Ecco, adesso ci massacrano

Passarono dodici minuti ed arrivò un altro gol. Solo che a segnarlo fu di nuovo Paolo Rossi. 2 a 1 per l’Italia. 

Vabbè, è bello sperare, ma figurati se non pareggiano ancora

I minuti passavano, però, e il Brasile non segnava. Così sino a quando, mancavano oramai venti minuti alla fine della partita, Falcao non si inventò il gol del pareggio: 2 a 2. 

Vabbè, è giusto così, chissà che ci eravamo messi in testa.

Il pareggio avrebbe qualificato i brasiliani, grazie alla differenza reti. Per l’Italia c’era un solo, impossibile risultato: la vittoria.

Pochi minuti, però, e il risultato cambiò ancora: Paolo Rossi, in arte Pablito, al 74esimo, infilò per la terza volta il portiere brasiliano: 3 a 2. 

Il risultato non cambiò più, nonostante un quarto gol segnato dall’Italia, ingiustamente annullato dall’arbitro, e un salvataggio sulla linea da parte di Zoff, oramai a fine partita. Con il fischio finale dell’arbitro, l’Italia si rese conto di essere in semifinale. Grazie alla tripletta di Pablito. Esplose una gioia incredula, in campo, in tribuna e in Italia, per le strade. 

Il resto è noto ed è storia. La semifinale con la Polonia, che la nazionale italiana affrontò da favorita, poi la finale con la Germania, che affrontò da predestinata, riuscendo ad essere più forte più forte di un rigore sbagliato. La finale terminò 3 a 1, con il primo, fondamentale gol segnato ancora da Paolo Rossi. Un guizzo, un gesto velocissimo, di testa, raccogliendo il pallone quasi da terra. Poi il raddoppio, con l’urlo di Tardelli, più famoso di quello di Munch, e infine il terzo gol, di Altobelli. Segnò anche Breitner, per la Germania, ma non spaventò nessuno. 

Gli italiani si sentirono improvvisamente in cima al mondo.

 Quaggiù, sulla terra, tutti pensarono di stare lassù, con quei campioni. 

Da qualche parte ci sono ancora: Paolo Rossi, in arte Pablito, protagonista e autore di quel sogno; un ragazzo tredicenne, che correva sventolando una bandiera cucita qualche ora prima con tre pezzi di stoffa sbrindellata; una nazione intera che aveva voglia di rinascere, vincere, gioire. Non è detto che ci siano riusciti. Però ci hanno sperato davvero. E da qualche parte ci sono ancora. 




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