·Il topo che va a scuola·

Adesso che, almeno nella mia regione, è ricominciata la didattica in presenza anche nelle scuole superiori, sia pure al cinquanta per cento, mi è tornato alla mente un episodio di tre mesi fa; era ottobre, e pure allora la didattica in presenza si alternava a quella a distanza. Dovevo andare a ritirare un certificato a scuola di mia figlia e scendendo dalla macchina, appena parcheggiata all’inizio della via che conduce all’Istituto, notai un topo: stava lì, incurante del via vai di persone, e rosicchiava qualcosa che teneva tra le zampe anteriori. Mostrava una tranquillità stupefacente, che era però nell’aria. L’atmosfera era molto diversa da quella che, nel ricordo, attribuisco al mio tempo scolastico, quando  si  univano mestizia e allegria, rassegnazione e sfrontatezza. Accadeva alle otto e trenta, l’ora fatidica, la stessa in tutta Italia, nella quale iniziava un’avventura collettiva: la giornata di scuola, con le sue palle, ma anche i suoi interessi, con le sue fatiche e le sue risate. Si trattava di mozioni, movimenti mentali, stati d’animo Però vissuti stando insieme agli altri. 

Non credo che il compito principale della scuola sia trasmettere le nozioni. Quelle sono, penso, il mezzo attraverso cui insegnare altro: affrontare la fatica e gli ostacoli, saper soffrire, superare le avversità. Imparare a cavarsela, insomma. Se è  questo il vero insegnamento della scuola, certo lo si può apprendere  anche con la didattica a distanza, ma in presenza è un apprendimento più completo, perché riguarda anche l’aspetto relazionale. Le difficoltà, a volte, riguardano proprio o anche il rapporto con il gruppo, l’altro sesso, il professore, stare alla lavagna e parlare alla classe, con tutti davanti, fermi, ad aspettare che l’interrogato dica qualcosa, al limite pure una battuta, se non ha idea di cosa gli è stato chiesto. 

Ho letto diversi articoli sull’adolescenza mancata, sulle emozioni e le esperienze non vissute che questo periodo di pandemia sta imponendo a una generazione di ragazzi. I 14, i 16 i 17 anni non tornano. Come non tornano l’esame di maturità e i cento giorni, le assemblee e i picchetti, le sigarette al bagno e il passaggio davanti a quell’altra classe per intercettare lo sguardo o il sorriso a cui tieni di più.

Non tornano nemmeno i 50, i 60 e gli 80 anni, chiaro. Anche a noi è stato tolto qualcosa, in termini di vita. Non però di esperienza, non quanto a loro, almeno.

Quel giorno di ottobre, comunque, percorsi i 150 metri che mi separavano dall’ingresso della scuola, entrai nell’Istituto, ritirai il mio certificato e mi avviai di nuovo verso la macchina. Mentre tornavo, mi resi conto di non avere sentito una campanella, di non avere visto fumare una sigaretta. Non c’erano odori, non c’era sudore, non c’erano brufoli. Non c’era paura, attesa, desiderio.

Al mio ritorno, il topo era ancora lì e continuava a rosicchiare, tranquillo. Non si sentiva in alcun modo in pericolo. Perché davvero, intorno a lui era come se non ci fosse nulla.

Sbrighiamoci a mandarlo via, questo maledettoCovid-19. Ci sta levando troppo. Tutto un insieme di sentimenti ed emozioni che non è propriamente ciò che ci tiene in vita. Questo no. Però è ciò che ci fa sentire vivi. Questo sì.




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