·Il sorriso, la musica e il silenzio·

Un anno fa, ieri, moriva Ezio Bosso. Musicista e uomo straordinario. L’ho ammirato in una intervista (andata in onda su Rai Tre, venerdì scorso) che è in realtà un viaggio nel suo mondo artistico e interiore. Era nota la sua disabilità, dovuta ad una malattia neurodegenerativa insorta nel 2011. Nella vita di tutti c’è almeno un “prima” e un “dopo”. Nel suo caso, il “prima” è quando non sapeva che avrebbe avuto davanti un futuro di difficoltà fino ad allora ignote, il “dopo” quando ha iniziato a viverle nel loro progressivo e inesorabile aggravarsi. In questo “dopo”, a un certo punto ha avuto bisogno della sedia a rotelle. Poi di un pianoforte con i tasti più leggeri per le sue dita sempre meno forti. Poi ha smesso di suonare. Infine anche di dirigere. Mai di combattere. Non sembrava nemmeno combattesse, tanto era naturale. E mai ha smesso di sorridere. L’aspetto che massimamente colpisce, non saprei dire se più del musicista o dell’uomo, forse di tutti e due, è proprio la sua capacità di sorridere; agli altri, alla vita, alla disabilità, persino. Spiegava di avere imparato a sorridere perché il sorriso apre le porte più delle chiavi. 

“Sono un uomo fortunato”, diceva, e spiegava che le difficoltà incontrate lo avevano spinto a studiare, a impegnarsi, dunque a migliorare. Le difficoltà come un’opportunità. Nel suo caso, di ottenere di più da se stesso.

Ecco, il se stesso. Ascoltare, ammirare Ezio Bosso, significa assistere alla forza che una vocazione riesce a infondere quando ha modo di esprimersi. Nel suo caso la vocazione era la musica. La sentiva dovunque. Nelle persone, negli oggetti, nella natura. Nel silenzio, persino. E’ stata probabilmente questa la “fortuna” cui faceva riferimento. Fare della propria vocazione la ragione di vita. Poterne vivere. Quando incontrate qualcuno che è riuscito in questo, scoprite una persona in armonia con se stesso, con gli altri, con la natura, con il mondo. Ognuno ha la propria vocazione. E può essere la più varia: costruire, riparare, inventare, dirigere, cucinare, scrivere, recitare, suonare. L’importante è che non sia indotta dal contesto. Deve essere naturale. Come è stato per Ezio Bosso, che ha incontrato la musica prestissimo, prima ancora dei libri. E i genitori, umili ma fieri, l’hanno aiutato a coltivare questa vocazione, da subito, senza esitazioni. Tutti i genitori, del resto, questo prima e più di tutto dovrebbero aiutare i propri figli a fare: trovare il proprio sé.

Sorrideva Ezio, e spiegava: “Il mio progetto sta in quello che lascerò”, e si augurava “di lasciare a qualcuno una possibilità in più”.

Quando sei così, soggiungo a questo punto molto umilmente io, non ti ammali. E se ti ammali, combatti come se fosse la cosa più naturale del mondo. Puoi anche morire, un giorno. Ma di te resterà il sorriso. E la musica che da te promana. Anche nel silenzio.




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