·E allora cucino·

Ho iniziato a cucinare da adulto, per necessità. Ricette elementari, sughi pronti, surgelati. Poi le pappine e le merende per i figli. Pure lì, ricette elementari. Ai piatti buoni, alle ricette più elaborate, alle sperimentazioni, pensava mia moglie. Quando toccava a me, con i bambini già un po’ più grandi, e mettevo l’acqua a bollire, calavo e poi scolavo la pasta, condivo, e vedevo mia moglie e loro mangiare senza lamentarsi, senza dire “la prossima volta, chiamami” o “papà che schifo, ridacci mamma”, mi sembrava un miracolo. E mi si apriva il cuore. 

Sono cresciuto venendo preso in giro perché non sapevo cucinare, tanto da fare di questa mia inabilità un aspetto identitario. Ero ovviamente in grado di cavarmela, al bisogno. Sempre senza cucinare. A pane e prosciutto, mozzarella e pomodori, insalata e tonno, sarei potuto andare avanti per mesi. 

Avevo però vissuto le storie della cucina. A casa, dai parenti, dagli amici. Il calore della pentola sul fuoco, del forno acceso, degli odori che si spandevano. E poi “che buono”, “che profumo”, “non finirei mai di mangiarlo”, e quell’espressione di soddisfazione, di appagamento, quasi di gioia, negli occhi di chi aveva preparato. La vedevo, anche se non la comprendevo del tutto. 

Un giorno i miei bambini, sempre rispetto al mio consueto piatto elementare, non solo non si lamentarono, ma dissero: “buono”, “sì, sì, proprio buono”.  Non ci volevo credere. Non sapevano che l’avevo preparato io, non volevano compiacermi, lo trovavano buono per davvero. Era una sera come tante, un piatto come tanti. Per me una sera speciale. Chissà se hanno incrociato i miei occhi e visto quell’espressione, quella gioia nel mio sguardo. 

Poi un giorno a casa mia c’era Gina, sarebbe lungo da spiegare chi fosse, comunque una figura fondamentale, mi ha cresciuto con i suoi manicaretti, ed io le ho chiesto: “senti, mi insegni a cucinare i biscotti di pasta frolla che preparavi quando eravamo bambini, e venivamo sempre a chiederti di assaggiare l’impasto?”. Li cucinava per me e per mio fratello. E mi ha insegnato, ho infornato, ho sentito quell’odore. Allora poi ho preso due biscotti appena sfornati e li ho portati a mio figlio, che stava di là, a giocare con un suo amico, lasciandoli sul tavolo: “li metto qui, se vi va di assaggiarli…”. Dopo qualche minuto, lui e il suo amico si sono presentati in cucina, avevano la bocca piena: “Papo, ne hai altri?”.  A me per poco non venne da piangere.

Adesso succede questo, certe volte. Mi viene un po’ di nostalgia, soprattutto la domenica pomeriggio, soprattutto quando comincia a fare buio, d’inverno, con il brutto tempo. Non è più la tristezza angosciosa che provavo ai tempi della scuola, anche se qualcosa mi ricollega a quel sentimento. Direi che è più una malinconia. 

Allora mi metto in cucina, raccolgo gli ingredienti, metto su una playlist musicale che nel frattempo ho creato per accompagnare questi momenti, e impasto. E mentre impasto, penso e ricordo; vedo, ascolto, rivivo. Preparo un dolcetto per mia moglie, uno per mia figlia, uno per mio figlio. Secondo le preferenze che hanno manifestato. Prima faccio assaggiare un po’ dell’impasto crudo, solo un po’, sennò non ne ho abbastanza. Poi inforno e sento quell’odore. 

Quando assaggiano e capisco che è andata bene, a me viene, lo so, quell’espressione di soddisfazione, di appagamento, quasi di gioia. Mia moglie la conosce; i ragazzi la vedono, la riconoscono, anche se forse non la comprendono del tutto. E però. Un giorno, chissà, pure loro, la domenica pomeriggio…




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