·Zemanlandia·

Zeman

Siamo di nuovo qui. A tifare per il Boemo. Non è logica, è solo cuore. Dove c’è lui, profeta dell’utopia applicata al calcio, si tifa (a parte, per chi scrive, quando allenò la Lazio, si intende, ma per questioni campanilistiche).
La storia è nota. Zednek Zeman, in gioventù modesto atleta di sport minori, cominciò presto ad allenare nel calcio, muovendo da squadre dilettantistiche. Una lunga gavetta che lo portò, una volta approdato nel professionismo, dalle giovanili del Palermo alla prima squadra del Licata, in serie C2. Quindi Foggia, Parma, Messina e poi di nuovo Foggia. Qui la sua prima consacrazione, nei primi anni 90, con il “Foggia dei miracoli”. Dalla B alla A, mantenuta per tre anni, con prestazioni spettacolari, grazie a giocatori sino ad allora sconosciuti, cresciuti proprio con “il tecnico boemo”, come, da allora, viene sistematicamente appellato sui mezzi di informazione.

Zeman giovane

A metà anni ‘90, il grande salto, con la Lazio, prima, e con la Roma, poi. Una squadra, quest’ultima, cui Zeman si legò visceralmente, pur essendoci rimasto solo due anni, terminati con un benservito neanche troppo elegante. In quel periodo, Zeman si espose in battaglie contro il doping, il sistema arbitrale e, in generale, il “palazzo”, inimicandosi il potentissimo direttore generale della Juventus, Luciano Moggi. Uno scontro che non portò bene al Boemo, osannato dalle tifoserie, in particolare delle squadre rivali della Juventus, ma osteggiato dall’ambiente e dagli addetti ai lavori, ovvero dal “sistema” calcistico. Poi altre squadre, minori, avventure non memorabili, sempre in bilico tra prestazioni incredibili e capitomboli rovinosi, con l’unica eccezione della prima, trionfale esperienza pescarese, nel 2012. Un campionato di serie B stravinto: gol, spettacolo e promozione in serie A. Il successo fu tale che, l’anno successivo, Zeman venne nuovamente ingaggiato dalla sua amata Roma, solo che non andò bene, con un esonero maturato già a febbraio. In seguito, poco altro, sino a questa nuova, inaspettata, occasione con il Pescara. A 70 anni suonati.

Zeman con la maglia del Pescara con la A stampata

E ora, tutta l’Italia calcistica guarda di nuovo a lui. L’Italia, s’intende, che non si identifica con il più forte, con il vincente. Per quello ci sono altre squadre ed altri allenatori. Zeman, invece, con le sue squadre estreme, senza compromessi, con le sue battaglie, i suoi ideali sportivi, viene amato in misura infinitamente più che proporzionale alle vittorie riportate, perché incarna l’ideale del Davide contro Golia. Un po’ come è stato con Ranieri ed il suo Leicester, l’anno scorso. Adesso non c’è uno scudetto da vincere. Un’altra impresa impossibile, però, sì: il Pescara è ultimo in classifica, con 9 punti, a tredici “lunghezze” dalla zona salvezza e con solo tredici partite da giocare. Pensare che, in queste condizioni, una squadra si possa salvare, è davvero un’idea romantica. Il Boemo, però, ha questa capacità: attiva fiducia, entusiasmo, voglia di lottare. Che poi è l’essenza stessa, la ragione del successo del calcio: quella di farti identificare con una una sfida, una lotta per raggiungere un obiettivo. Non è importante riuscirci, anzi. E’ sufficiente provarci, immaginando di potercela fare. Come nella vita, nelle nostre battaglie quotidiane. Soprattutto se la battaglia è giusta, ancora di più se ti sembra utopistica. E allora, tutti noi che l’anno scorso andammo, idealmente, in una piccola cittadina inglese, abbiamo trovato la meta di quest’anno: Pescara. Appassionati di calcio di tutto il mondo, uniamoci. La strada è facile: usciti da Leicester, seconda stella a destra.





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