·Vuoto 12·

#LaPiùAmata (Un romanzo di Teresa Ciabatti edizioni Mondadori)


Molto spesso mi sono domandata se la morte dei genitori, di entrambi i genitori, il trovarsi soli al mondo (da adulti, si intende), possa qualche volta dare un senso di liberazione. Certo, nella maggior parte dei casi, inconfessato ed inconfessabile: forse nemmeno a se stessi si riesce a dire una cosa del genere, così enorme, così pesante, quasi crudele. A Teresa evidentemente è accaduto e non solo se lo è detta, di sentirsi liberata. È andata oltre: ha scritto un libro, raccontato in prima persona, in presa diretta direi, per l’immediatezza della narrazione. Una sorta di lenta autoanalisi, dal punto di vista di una persona, l’autrice, che evidentemente non si è ancora risolta né realizzata: una donna di 44 anni che cerca disperatamente la causa del nodo che le impedisce di vivere bene, di sentirsi a suo agio nel mondo. “Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un’origine, ricordo, collego. Un motivo che mi ha resa tanto diversa”. La storia è uno spaccato vero dell’Italia dagli anni settanta ad oggi, come eravamo e come siamo diventati. L’enorme patrimonio del Professore, il padre della narratrice, sfumato e disperso è forse il simbolo dell’impoverimento generale in cui la generazione dell’autrice si sente immerso: il ricordo dell’infanzia è quello di una bambina capricciosa e dominatrice, convinta di essere il centro del mondo. Del suo mondo dorato e senza limiti, essendo la figlia più amata dell’onnipotente Professore: “mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore”. L’autrice descrive la sua vita, il padre, la madre, il lusso e la consapevolezza di godere di una condizione di assoluto privilegio. Poi la disperazione che accompagna la presa di coscienza, corrispondente con l’inizio dell’adolescenza. Il Professore è un personaggio misterioso, anche agli occhi della sua famiglia: una metafora vivente dei misteri d’Italia, delle ombre che accompagnano nella nostra mentalità, atavicamente, ogni posizione di potere o di ricchezza o di successo. La madre, negli anni di matrimonio, perde ogni forza, si annienta, rinuncia a se stessa, al suo lavoro, all’essere la donna evoluta che si preannunciava quando, negli anni sessanta, mentre “le altre” pensavano a fare le mogli, lei realizzava il sogno di fare il medico. Leggendo il libro, mi ha fatto piangere la tristezza profonda di Teresa nel constatare che quella mamma della sua prima infanzia, quella forte e determinata, elegante e ben vestita, non c’e più, semplicemente: “la sua stanza guardaroba diventa il ripostiglio del passato, lì mi rifugio io a rimirare le mamme luccicanti appese alle grucce. Le mamme che non sono più la mia”. Vedrete, non riuscirete a staccarvi dalle pagine, a un certo punto, fino a che non saprete se e come si chiude il cerchio di questo racconto a ritroso, non ordinato, ma a sprazzi, come è la memoria. Ricordi a macchia, impressioni: brava l’autrice a trasferirli, senza passaggi intermedi, al lettore.




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