·Viversi a metà·

Freud tagliato

Freud tagliato

Mia figlia, quasi dodicenne, mi parla di una sua amica. Il nome non mi dice nulla. La descrizione fisica neanche. E nemmeno l’episodio nel quale, sostiene mia figlia, mi sarebbe capitato di vederla. “Ti faccio vedere una foto”, mi propone. “Va bene”, dico io. Sfoglia la galleria del telefonino e poi mostra ciò che ha trovato: una foto nella quale si vede un occhio; anzi, non proprio un occhio: mezzo, oltre a mezza fronte e ad un po’ di capelli. “Non ne hai un’altra?”, chiedo. “Certo”, mi risponde. Ecco qui l’altro occhio, sempre a metà, più un pezzo di guancia e una parte del labbro superiore. “Scusa: ma non hai una foto dell’intero viso?”. Passa un po’ di tempo, sino a quando mia figlia mi offre di nuovo in visione il telefonino: davanti a me, adesso, un viso che si presenta intero, però modificato da una qualche applicazione che ha inserito baffi da gatto, orecchie da topo ed un naso da cane. “Ma, insomma”, chiedo, “possibile che non si riesca a vedere un volto intero e per come è?”.

Domande e atteggiamento da vecchio trombone, mi rendo conto. Però mi sembra quasi, con tutte queste foto oblique, di sguincio, tagliate, modificate, che non sfruttino il vantaggio che hanno rispetto ai tempi in cui ero ragazzo io. I miei compagni di classe, per i miei genitori, salvo che non fossero già venuti a casa, erano, necessariamente, solo un nome. Al massimo la descrizione che ne potevo fare. Se proprio volevo dare un’immagine visiva dei miei amici, potevo ricorrere al gioco dei mimi. Adesso, invece, quando loro potrebbero documentare tutto con grande facilità, nella pioggia di post e contro post, selfie e superselfie, social e strasocial, non si riesce a trovare una foto intera che sia una.
Mi chiedo: quando saranno adulti e vorranno rivivere il momento, mostrare ai loro figli, ai loro compagni, come erano da ragazzi, ci riusciranno? Come sarà, viversi a metà?
Ecco: viversi a metà. E se, per caso, mi viene all’improvviso il dubbio, questo fotografarsi a metà non corrispondesse al modo in cui si sentono? Provo a scandagliare nelle mie emozioni, avendo imparato, per quanto possa sembrare contraddittorio, che è proprio indagando dentro di sé che si riesce a trovare l’aggancio emotivo per mettersi in comunicazione con l’altro. Mi interrogo, dunque: a me capita di sentirmi a metà? Sì. Per esempio se discuto con le persone che amo. Oppure quando vorrei essere altrove rispetto a dove sono, a fare o a dire tutt’altro rispetto a ciò che sto facendo o dicendo. Da adulto. Se vado indietro e penso all’età loro, all’adolescenza, come mi sentivo? Beh, sì, mi sentivo incompleto, limitato, costretto. Costretto ad andare a scuola, limitato nelle scelte che potevo fare, incompleto nella mia formazione umana e culturale. Come se adesso, invece.
E dunque?
Mi sa che sto capendo. Se questo fotografarsi a metà corrisponde al modo in cui si sentono, la parte vera e importante non è quella che si vede, ma l’altra. La parte libera. L’altra metà del sé. Lì dove ognuno può mettere ciò che vuole. E’ questa la vera foto. Adesso la vedo bene. Ed è bellissima.




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