·Leicestermania·

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Eccoci di nuovo a parlar di calcio. Chi scrive, del resto, ne è appassionato. La ragione, che è poi il motivo del successo planetario di questo sport, è duplice: da un lato, è uno sport meraviglioso da praticare; ci si può giocare ovunque e ad ogni età, bastano un pallone, o qualunque altro oggetto che richiami la sfera, un muretto ed un amico; a volte non serve nemmeno l’amico, può supplire la fantasia, soprattutto da bambini, ma, se ci riuscite, pure da adulti; dall’altro, è uno sport meraviglioso da seguire, racconta storie nelle quali ci si può identificare, ben oltre la vicenda agonistica. Nonostante i soldi, l’affarismo, gli imbrogli e tutto ciò che di negativo vi può venire in mente.

Prendete la vicenda del Leicester City, di cui avrete certamente letto o sentito, e che ha avvinto pure i non appassionati. Una storia che assomiglia al viaggio dell’eroe.

Come oramai è noto anche ai sassi, il Leicester City, fresco vincitore della Premier League, il campionato di calcio inglese, è (era) una piccola squadra che prende il nome dalla omonima cittadina non lontana da Londra, due anni fa giocava in serie b e l’anno scorso si è salvata dalla retrocessione solo nelle ultime giornate. Quest’anno è stata allenata dall’italiano Claudio Ranieri. Non è per spirito patriottico, tuttavia, che si è sviluppata la Leicestermania. Conta di più, semmai, il fatto che Ranieri, esperto allenatore sessantaquattrenne, sebbene vi fosse andato spesso vicino, nella sua carriera non aveva mai vinto nulla di importante. José Mourinho, non per caso detto lo “Special One”, un allenatore che, invece, ha vinto tutto, per anni lo ha sfottuto, additandolo come un perdente.

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E sì che l’ultima, grande impresa mancata, Ranieri l’aveva quasi compiuta proprio contro Mourinho, praticamente Davide contro Golia. Era il campionato 2009-2910 e, alla guida della Roma, Ranieri aveva recuperato un incredibile svantaggio sull’Inter, squadra allenata dallo “Special One”, salvo poi sciupare tutto, alla terz’ultima giornata, in una scellerata partita con la Sampdoria, persa in casa per 2 a 1. Invece dello scudetto, i soliti sberleffi.

Poi qualche altro incarico, senza troppa gloria, culminati nell’esonero, l’anno scorso, dalla nazionale greca.

Sembrava un allenatore al crepuscolo, insomma, quello ingaggiato nell’estate del 2015 dal presidente del Leicester, con un solo, impegnativo compito: evitare la retrocessione per il secondo anno consecutivo. E lui ha accettato, costruendo la squadra con ciò che gli è stato messo a disposizione, senza grandi nomi.

Eclatante il caso di Vardy, un ventottenne che quattro anni fa lavorava come operaio e giocava tra i dilettanti, e che quest’anno ha segnato valanghe di gol, alcuni davvero spettacolari. Poi il capitano, Morgan, un giocatore mandato via, nel 2012, dal Nottingham Forest, la squadra in cui era nato e cresciuto, spedito in una squadretta di serie b, perché considerato oramai vecchio, inutile, grasso e mammone. Quella squadretta era il Leicester, appunto, del quale è diventato subito capitano, iniziando così il suo riscatto. Quest’anno, oltre a guidare con maestria il reparto difensivo, Morgan è stato capace di segnare due gol decisivi: uno che ha consentito, qualche domenica fa, di allungare a sette punti il vantaggio sulla seconda, e l’altro, domenica scorsa, che ha consentito di mantenerlo.

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Come è potuto succedere che questa fenomenologia calcistica sia divenuta nota ai più, pure a chi di calcio non si è mai occupato?

E’ successo perché il Leicester, i suoi protagonisti scalcinati, sono diventati un simbolo: che ce la possiamo fare. Tutti. Anche quando ogni cosa sembra perduta, quando falliamo e cadiamo, gli eroi del Leicester ci dicono che invece no, non è mai finita, tutto può essere, anche la cosa più incredibile. Pure che una squadra raccogliticcia, di mezze tacche e mezzi falliti, allenata da un perdente, vinca la ricchissima Premier League, alla faccia dei Manchester City e dei Manchester United, dei Liverpool e del Chelsea, degli Arsenal e dei Tottenham. E di Mourinho, che in questo campionato è stato esonerato, pensate un po’, una sera di dicembre, dopo che il suo Chelsea aveva perso proprio con il Leicester. Speciale rivincita.

C’era una volta e c’è il Leicester City, insomma.

E davvero, come aveva detto Mr. Ranieri, alla fine nemmeno conta più tanto che la vittoria sia arrivata per davvero. Conta essere stati lì, averci provato e creduto, avere dato il segnale che devi sempre continuare a lottare e a sognare, perché poi qualcosa succede. Qualcosa di bello, magari. Se non ci credi, rileggiti la favola del Leicester City. Poi guarda quel bambino, che a te, in questo momento, sembra stia palleggiando contro un muro, da solo. Per capire dove è realmente e cosa stia facendo, prova a fare due tiri con lui. Mettici un po’ della sua fantasia. Vedrai che in un attimo sarai anche tu a Leicester. Lì dove gli ultimi sono diventati primi e Davide ha battuto Golia. Al ritorno, porta con te, nel quotidiano, un po’ di questo viaggio. Magari ti servirà, quando dovrai affrontare il tuo Golia.




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