·Vado a scuola·

C’è sempre da imparare.
Mia figlia, dodicenne, ha voluto che vedessimo insieme un film che a lei avevano mostrato a scuola. S’intitola “Vado a scuola” ed è un interessante e commovente film-documentario del 2013.
Racconta la storia di alcuni bambini e ragazzi, di età compresa tra i 9 e i 13 anni, che ogni mattina, in diverse parti del mondo, devono percorrere tra i quattro ed i diciotto chilometri per andare a scuola.
Ci sono il fratello e la sorella kenioti, ciascuno con in mano la propria borraccia d’acqua, che affrontano un  complicato e pericoloso percorso attraverso la savana, stando attenti ad evitare gli elefanti, secondo le istruzioni e gli insegnamenti del padre (che, tra l’altro, è cieco).
C’è la tredicenne marocchina che scala le montagne su percorsi sterrati e disabitati, sia pure, da un certo punto in poi, condividendo il viaggio con due compagne di classe.
Ci sono il fratello e la sorella argentini che viaggiano a cavallo, anche loro attraverso percorsi selvatici e completamente disabitati.
Infine c’è il tredicenne indiano, paraplegico, seduto su una rudimentale sedia a rotelle, portato a scuola dai fratelli più piccoli, costretti a passare per terreni sabbiosi e stradine impervie.
Tratto comune di questi bambini/ragazzi sono il coraggio, la forza e la determinazione. Affrontano, alla loro acerba età, prove che qui da noi spaventerebbero gli adulti. Scappano da un elefante, che li ha avvistati, nascondendosi sotto ad uno scalino naturale del terreno. Si impantanano con la sedia a rotelle in un torrente dal quale, ad un certo punto, sembra che non riescano ad uscire. Percorrono sentieri che fanno venire le vertigini, per l’assenza totale di protezioni.
Fanno tutto questo per andare a scuola, una scuola organizzata in ambienti improvvisati, con arredi e strumenti di fortuna. Ci vogliono fermamente andare, per una invincibile fame di istruzione.
Non è colpa di nessuno, dipende probabilmente dalla diverse possibilità che abbiamo, però è inevitabile fare il confronto con i nostri comportamenti. Con l’indolenza e la svogliatezza proprie della nostra occidentale opulenza, accompagniamo i nostri figli a scuola, sino alle medie ed anche oltre. Li accompagniamo in macchina, pure se sono quattrocento metri, per concederci qualche minuto in più di comodità a casa o per proteggerli da qualche goccia di pioggia. Come se percorrere una strada di città fosse più pericoloso che affrontare la savana.
Eppure i ragazzi, i bambini, sol che si dia loro fiducia, o, comunque, ne abbiano l’occasione, danno prova di capacità e di coraggio inauditi. A qualunque latitudine.


Prendete il caso, certo estremo, dell’hotel Rigopiano: dei nove recuperati dalle macerie, quattro sono bambini, di età compresa tra i sei ed i dieci anni. Tre di loro erano rimasti al buio, isolati da tutti gli altri, per due giorni e due notti, facendosi coraggio l’un con l’altro. Si sono salvati, ma non perché protetti dai genitori, alcuni dei quali, purtroppo, non ce l’hanno fatta. Si dirà: è solo un caso, stavano in un punto risparmiato dalla valanga, se fossero stati in un’altra parte dell’albergo, sarebbe andata diversamente. Forse. Preferisco pensare, però, che non sia proprio e solo un caso. Erano nella sala biliardo, dove si erano radunati per giocare. Si sono salvati perché hanno seguito il loro istinto. Quello di giocare, appunto. Magari pure contro il volere dei genitori: “Vieni qui, dove vai?”. Bambini nel gioco e adulti di fronte al pericolo. Aveva ragione lo psicanalista Bruno Bettelheim: “Di un uomo, datemi i suoi primi sette anni e tenetevi tutto il resto”.
C’è sempre da d’imparare. Dai bambini sopratutto.




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