·Una giornata nera·

Mi affaccio. 

Nuvole. 

Sto per uscire e sono in ritardo. Mi ricordo all’improvviso che, prima, devo passare al bancomat. Devo andare a uno sportello del mio istituto di credito, perché l’importo da prelevare supera di poco il massimale consentito da banche diverse. Quanto basta per costringermi ad andare non qui ma lì. Parecchio lì.

Vado. 

Arrivo.

Con un’occhiata capisco che uno dei due sportelli automatici, con il ventre aperto e un operatore intento ad armeggiare, non è in funzione. L’altro sportello, per fortuna, è acceso. Controllo l’orologio, il mio ritardo è ancora contenuto. Avvicinandomi allo schermo, scorgo la scritta più temuta: “Prelievo non disponibile”. Chiedo all’operatore, che mi risponde allargando le braccia, l’atteggiamento di chi viene scocciato per una questione che non lo riguarda. Come se gli avessi chiesto un’aspirina o un etto di prosciutto. 

Decido di andare allo sportello interno, per effettuare un prelievo tradizionale, alla cassa. “Si prega di posare gli oggetti metallici”. 

Un poco, a questo punto, impreco. 

Cassette di sicurezza. Poso il cellulare. Tanto è quello l’oggetto metallico pericoloso, lo so. Mica l’hanno ancora inventato un metal detector che sappia distinguere il metallo contenuto nei chip di un cellulare da quello di una mitraglietta. La chiave della cassetta non si sfila. Impreco un altro po’ e torno sotto al metal detector. L’esito è scontato ma rimango lì, in un crescente trionfo di “Si prega di posare gli oggetti metallici”, sino a quando la direttrice non accorre, implorandomi di uscire dal cono antiterrorismo. Espongo il cellulare: “Ho solo un telefono. Vorrei ritirare i miei soldi. Mi fate entrare?”. “Mi spiace, ma io non la conosco, deve posarlo”. “Ho provato, ma non si toglie la chiave”. “Deve mettere un euro”. Un euro? Controllo le tasche. Cinquanta centesimi. Due euro. Venti centesimi. “Non ce l’ho un euro”. La direttrice allarga le braccia. “Per favore, sono in ritardo, devo ritirare dei soldi, i miei soldi, e il bancomat non funziona!”. “Mi dispiace, ma io non la conosco”, mi ripete la direttrice, a macchinetta. Impreco abbastanza, sto per arrendermi quando scorgo un’edicola e mi viene l’ideona: comprare il giornale per rimediare l’agognato euro. Compro, pago, ricevo il resto. Torno verso l’agenzia ma, proprio in quel momento, vedo 4 vecchietti, in processione, infilarsi, lestissimi, in agenzia. Sbircio all’interno della filiale. Davanti a me avrei sette persone, quattro delle quali i simpatici vecchietti. Lo so come fanno. Hanno un’esigenza, che potrebbero tranquillamente rimandare, ma hanno deciso che oggi devono passare la mattinata in banca e lo faranno. Mi vedo perduto. Il mio ritardo si è fatto consistente. Risalgo in motorino e cambio filale. Più lontana.  Fuori traiettoria rispetto alla mia destinazione successiva. 

 

Eccola. Due sportelli, anche qui. Uno è occupato, l’altro è libero. “Prelievo disponibile”. E vai. Infilo la carta ma niente, non entra. Riprovo e niente. Chiedo alla signora dello sportello accanto. Lei non ha nessun problema. Aspetto che lasci libero lo sportello. Ora!  Mi sposto, infilo la carta e non entra. Chiedo aiuto a un’impiegata. Si alza, mi viene incontro, riflette. Poi controlla, annuisce e sentenzia: “Mi dispiace, è smagnetizzata, la deve cambiare.”. Non mi capacito dell’improvvisa scomparsa. “Ma come? Fino a ieri erogava contanti, effettuava pagamenti”. “Basta poco”, mi dice, “a volte pure passare vicino ad una calamita”. Mi ricordo all’improvviso che il giorno prima, in effetti, ho comprato un souvenir, una piccola calamita, che poi ho messo nella tasca della giacca. Non ho un soldo, né la possibilità di ritirarli. “Come faccio ad avere una nuova carta?”. “Deve andare alla sua agenzia”. 

Il ritardo si va facendo ingestibile. 

Salgo sul motorino e riparto. 

Tuona. Inizia a piovere. Piano. Poi forte. Impreco. Ancora un poco. Poi penso che non ce la posso fare. A contrastare le avversità. Quand’è così, meglio mettersi nel verso. Decido di lasciarmi andare. Fate di me quel che volete. 

A quel punto, cambia qualcosa. Arrivo all’agenzia e parcheggio comodamente. Il metal detector non segnala nulla, così entro con il cellulare. Non c’è nessuno, tocca subito a me. Consegno la tessera smagnetizzata. L’impiegata si gira, prenda una busta e la consegna. Firmo su un tablet, lei digita qualcosa al computer e poi attende. Che me ne vada. Ho finito. Saluto, ringrazio, passo per il bancomat e ritiro il contante.

Ora diluvia. Non fa niente. Vado incontro alla pioggia. Nel giro di un minuto sono già fradicio. E mi piace.




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