·Un giorno perfetto·

Giunto all’ultima pagina di quel romanzo, maledissi il momento in cui avevo deciso di leggerlo. Me ne avevano parlato bene, l’estate precedente. Forse ero stato proprio io a chiedere un consiglio di lettura. “E’ bellissimo, leggilo”, mi avevano detto. In effetti, il romanzo è molto coinvolgente, con una tecnica di scrittura che, di volta in volta, racconta le situazioni dalla prospettiva dei vari personaggi, facendo sì che il lettore ne possa vivere i pensieri e le emozioni. Un romanzo di rara qualità, dunque, e però difficile. Difficile leggere la storia di una giornata, il “giorno perfetto” del titolo, in cui un uomo, un poliziotto, perseguita la moglie con il suo amore ossessivo: si apposta, si avvicina, si allontana, sino a che, oramai è sera, non va a prendere ad una festa i figli, una ragazza quattordicenne ed un bambino di 7 anni. Insieme passano un breve tempo sereno, grazie al quale i figli iniziano ad illudersi che stia tornando il padre di una volta, un po’ duro ma affettuoso e, tutto sommato, accogliente. Una volta a casa, però, in quella che era stata la casa familiare, in cui tutto sembra come prima, ma tutto è coperto da una patina di polvere lugubre, l’uomo mette in azione il piano che aveva programmato nel momento stesso in cui era andato a prenderli: spara ai figli e poi a se stesso, nella camera da letto matrimoniale. La vendetta consiste proprio nel risparmiare la moglie, per infliggerle, quale condanna per non averlo più voluto, la suprema tortura di sopravvivere alle loro creature. L’uomo non lo sa, ma la figlia, ferita gravemente, forse, riuscirà a sopravvivere.
Una storia atroce, che mette addosso un’angoscia infinita.
Da allora, quella storia è, per me, un volume nascosto in una fila posteriore della libreria, per essere sicuro di non imbattermici mai più. Lo stesso “mai” riservato al film che da quel romanzo è stato tratto.
Pensavo, così, di difendermi dall’orrore.
Impossibile, perché l’orrore è ovunque. E’ intorno a noi. Adesso è a Cisterna di Latina, dove la storia raccontata nel romanzo di Melania Mazzucco si è fatta realtà. Cambiano alcuni particolari: l’uomo è un carabiniere e non un poliziotto; ci sono una ragazza di 14 anni ed una bambina, di 8 anni. Non doveva sopravvivere nessuno, in questo caso. La madre è ancora viva, ma non per una cosciente volontà dell’omicida, che, avendole sparato tre colpi, di cui uno in pieno volto ed uno all’altezza del cuore, intendeva probabilmente ucciderla.


Ha ucciso le figlie, nel sonno, pare, e speriamo che sia stato davvero così. Speriamo che loro non abbiano dovuto provare nemmeno per un attimo la paura ed immediatamente dopo la consapevolezza che stavano per morire e che fosse per mano del padre, l’uomo che avrebbe dovuto difenderle da tutto, mentre erano avvolte nei piumoni, per proteggersi dal freddo.
E poi lei, la moglie, che, appena colpita in garage, è riuscita a chiedere aiuto, ad urlare, affinché qualcuno andasse a difendere le figlie, perché lui sarebbe andato a fare loro del male.
La donna si chiama Antonietta, sembra che ce la stia facendo e, Dio non me ne voglia, non si sa davvero se augurarglielo.
In questa orribile storia risalta, con una notevole forza d’impatto, la componente maschile violenta, della quale sono presenti tutti gli ingredienti tipici, quasi stereotipati: la sopraffazione fisica, la pistola, persino la divisa. Sono note, seppure meno frequenti, anche vicende nelle quali è stata la donna, madre o moglie, a perpetrare la stessa, disumana, violenza, anche con armi diverse, ed anch’esse, a loro volta, in qualche modo riconducibili alla femminilità stereotipata: il gas della cucina, il medicinale, il vuoto oltre il balcone di casa. Il nucleo centrale di queste storie, a me pare, non è tanto la dinamica uomo-donna, pure presente, ma l’amore ossessivo, patologico. Ciò su cui tutti dobbiamo interrogarci, non solo in questo caso, è sulla individuazione dello strumento idoneo a difendere il soggetto in pericolo.
Troveremo un modo per difendere chi ne ha bisogno. Non una legge che punisca di più, ma strumenti di intervento preventivo. Di ascolto, cura, protezione.
Avverto il bisogno di trovare un messaggio di speranza.
Un link, sulla destra della pagina web che sto leggendo, mi rimanda all’intervista ad una ragazza, oggi diciottenne, che, quando ne aveva 11, sentì i colpi con cui suo padre uccise sua madre e poi si suicidò. Dopo i colpi, fu lei la prima entrare nella stanza, trovandosi di fronte all’orrore assoluto.
Racconta che è riuscita a perdonare il padre ed è anche andata a trovarlo, al cimitero, a parlargli. Per dirgli come è cresciuta, cosa ha fatto in questi anni.
Dice di essere orgogliosa di sé per avere avuto, a suo tempo, la lucidità e la forza di proteggere la sorella più piccola, impedendole di entrare nella stanza dove giacevano i suoi genitori.
Racconta, poi, di non avere mai smesso di credere nell’amore, quello che avvicina le persone, e che nel portafoglio tiene sempre una foto: i suoi genitori, insieme.
Ecco, forse è questo che serve. L’illusione, la forza del ricordo, l’amore per la vita. Possa tutto questo aiutare anche quella donna. A farcela e ad andare avanti. A rinascere, in qualche modo. Ora lo so: è questo che auguro ad Antonietta.




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