·Un coraggio da peone·

C’è anche lui, anzi è il primo della lista, tra i dieci furbetti del Parlamento già seduti su una poltrona di riserva: Luciano D’Alfonso ha conquistato i media nazionali e ieri ha guadagnato anche una pagina intera di Repubblica che lo ha messo in testa alla lista dei furbetti del quartierino. Un seggio a Roma e uno in Regione, pronto a scegliere l’uno o l’altro a seconda di quello che gli farà più comodo: ieri il presidente-senatore aveva fatto trapelare tra i suoi collaboratori che con l’aria che tira, sarebbe rimasto alla Regione e magari si sarebbe pure ricandidato alle elezioni della prossima primavera. Decisione, si sa, dettata dalla impossibilità di formare un governo e dalla ipotesi di tornare al voto tra qualche mese. Oggi l’aria è cambiata: dopo la ripresa delle trattative tra Salvini e Di Maio, ha già cambiato idea, forse gli conviene andare a Roma. Un op-op che nulla ha a che fare col rispetto delle istituzioni e neppure del voto dei suoi (pochi) elettori. 

Ma insomma: Repubblica lo prende a pernacchie.

“La paura del voto anticipato – scrive – è dipinta sul volto dei peones in Parlamento, ma 10 di loro possono dormire tra due guanciali: comunque andranno le cose, governo neutrale o nuove elezioni, cadranno in piedi. Sono quelli col doppio incarico che non hanno scelto tra il seggio di parlamentare e quello di consigliere o assessore regionale o sindaco di un comune con più di 15.000 abitanti. Il più noto, il governatore dell’Abruzzo Luciano d’Alfonso, eletto senatore PD lo scorso quattro marzo, ieri è stato salvato dal consiglio regionale che ha respinto (16 contro e 15 a favore) l’istanza di incompatibilità nei suoi confronti.

“Il contrasto – sostiene D’Alfonso – scatta nel momento in cui la giunta per il regolamento del Senato certifica lo status ufficiale di senatori. Questo non è ancora avvenuto. Mi servono 3 o 4 settimane per completare alcune cose che ho in sospeso in Abruzzo, poi deciderò”

Fino a quel momento si terrà entrambe le poltrone anche se l’articolo 122 della Costituzione parla chiaro: “Nessuno può appartenere contemporaneamente a un consiglio o una giunta regionale e a una delle camere del Parlamento”.

E’ in buona compagnia, certo: con lui sindaci e consiglieri ma tutti di centrodestra, con una sola eccezione. Invece, tanto per dirne una, il candidato della Lega Massimiliano Fedriga, si è dimesso da parlamentare due giorni dopo essere stato eletto presidente del Friuli Venezia Giulia: questione di stile.

ps: in ogni caso, anche se Dalfy non ancora opta, prende lo stipendio da senatore e gode di tutte le guarentigie annesse e connesse. Poi si vede eh.

 




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