·Un anno di lockdown·

Un anno di Covid, tra lockdown e zone colorate, porta a tentare dei bilanci.

Mi sembra innanzi tutto che gli anni siano quattro e non uno. Forse perché ragiono  ancora ad anni scolastici o a campionati di calcio, e il Covid ha preso due campionati, il 19-20 e il 20-21. Con due stagioni biennali mi viene quindi da dire che gli anni sono quattro. Un calcolo un po’ alla Totò, vero?

Ho speso meno in benzina. Conseguentemente anche la macchina ha avuto un’usura assai inferiore. Lo stesso per i gli abiti da lavoro. Almeno a loro si è allungata la vita, entro i limiti dettati dalla moda.

Abbiamo visto chiudere negozi, ristoranti, alberghi. Passando davanti a una discoteca si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un reperto archeologico che racconta di un passato lontanissimo da noi. 

La gita fuori porta è stata state sostituita dall’uscita sul terrazzo. La stretta di mano dall’alzata di gomito, e magari l’espressione indicasse ancora l’esagerazione alcolica. 

Le strade intasate dalle auto sono state sostituite da un ordine irreale. Il lavoro in ufficio dall’impegno domestico, non meno invasivo, perché afferra le persone appena alzate al mattino e le accompagna a letto la sera, senza più barriere, né rispetto di quell’ordine mondiale degli orari e dell’organizzazione del lavoro che dava anche qualche certezza sui momenti di tendenziale riposo. Che la situazione sia oramai universalmente fuori controllo me lo dimostra una telefonata di lavoro che ho ricevuto l’estate scorsa, quando il mio interlocutore si è presentato con le seguenti parole: “Spero tu sia in ferie”. Ma perché – mi sono chiesto – spera che io sia in ferie? Avrebbe dovuto dire “spero tu non sia in ferie”, cioè spero di non disturbarti. E io avrei detto “sì, sono in ferie ma non ti preoccupare, dimmi pure”. Così sarebbe dovuta andare. 

Il termine “infettivologo”, fino a ieri evocativo di malattie tropicali, lontani contagi di malaria,  tra il fascismo, le colonie e Fausto Coppi, ora individua subito dei personaggi familiari. Compagni dell’ora di cena. Un po’ come fu per i PM e i cronisti della “giudiziaria”, che all’improvviso, all’inizio degli anni ’90, sotto la scritta “Procvra”, conversavano con noi di “ atti dovuti” e “istanze al GIP”. E un giorno, chissà, guarderemo gli infettivologi con un po’ di compatimento, come degli attori hollywoodiani sul viale del tramonto. 

Abbiamo preso confidenza con oggetti prima lontanissimi da noi. Le mascherine, ovvio. E adesso ci capita addirittura, quando vediamo in un film una bella immagine di una tavolata piena di persone, di pensare:  “Ma sono pazzi? Non si mettono la mascherina?”. Questo forse è il vero motivo per cui gli anni di Covid sembrano ben più dei quattro alla Totò che ho dichiarato all’inizio di queste mie inadeguate riflessioni.

Perché questo è un tempo invasivo, che va a toccare anche i ricordi e si proietta nel futuro. Feste, anniversari, matrimoni di ieri indossano una maschera postuma, quelli di domani già la preparano. Chissà quanto impiegheremo a liberarci dall’ombra di questo incubo. Quando smetteremo di dire non solo “hai preso la mascherina?”, ma anche “pensa che assurdità, stavo per prendere la mascherina”? Ci vorranno anni, forse decenni per far sì che questa lunghissima stagione vada a finire nei meandri della coscienza, prima, e in qualche documentario notturno della Rai Storia come ora si parla della Spagnola.

Non saprei che morale trarre da questo mio parzialissimo tentativo di bilancio. Forse che siamo diversi. Abbiamo imparato a vedere in una prospettiva nuova ciò che eravamo. Ci manca quello che prima davamo per scontato. Rivorremmo la nostra vita. Ne abbiamo diritto e ce la riprenderemo.




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