·Triplo axel·

#Tonya (Regia: Craig Gillespie. Con: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, Paul Walter Hauser, Caitlin Carver, Bojana Novakovic, Mckenna Grace. Genere: Biografico, Drammatico) 

La storia della famosa pattinatrice Tonya Harding va oltre il racconto fedele di una vicenda umana straordinaria quanto drammatica e per vari aspetti squallida; Craig Gillespie dirige un biopic ad alta tensione e vivace anche negli espedienti registici che fanno passare gli attori da personaggi del film a veri protagonisti della storia, intervistati da un invisibile cronista fuori campo. Guardando i titoli di coda (dove i volti vengono confrontati) vi renderete conto di quanto siano stati bravi i truccatori a rendere una somiglianza quasi perfetta in particolare di Tonya e sua madre. Una menzione speciale merita Allison Hanney che ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista per essersi trasformata (diventando irriconoscibile) nella durissima e crudele genitrice. Il rapporto tra le due donne è chiaramente la causa originaria del disastro, la ragione vera per cui un talento così incredibile è stato sprecato ed usato in modo sbagliato e contrario a qualsiasi spirito sportivo. Sin da piccolissima si capisce che Tonya non è come le altre, con dei pattini ai piedi. Per lei volteggiare sul ghiaccio è ogni volta una prova di forza con se stessa, una sfida ai propri muscoli ed alla forza di gravità. Ha un temperamento forte, un fisico da atleta, grandi potenzialità, potrebbe raggiungere ogni vetta olimpica, non ha reali limiti fisici. I suoi limiti stanno dentro di lei e nascono molto semplicemente dalla negazione (prima ancora che dalla mancanza) dell’amore materno e dell’uomo con cui decide di sposarsi, senza pensarci troppo su. La storia è una parabola utile e dura che insegna una cosa semplice quanto spesso dimenticata: basta poco per incrinare per sempre l’equilibrio e la sanità mentale di una persona, basta maltrattarla, usare le mani come metodo di educazione, alzare la voce anche quando sarebbe necessaria una carezza, pretendere oltre ogni possibilità risultati eccelsi e superiori a tutti gli altri. Non abbracciarla mai. In effetti, lo spettatore alla fine del film detesta la madre di Tonya che è molto più cattiva di Crudelia Demon perché non è un cartone animato, ma una persona in carne e ossa che con i “suoi metodi”, apparentemente adottati per il bene della figlia, ha minato ogni prospettiva per lei di diventare la campionessa riconosciuta nel mondo che avrebbe potuto essere. Solo lei sapeva fare quella tripla giravolta impossibile, solo lei sapeva ballare sul ghiaccio al ritmo dell’hard rock. Eppure. Su tanta innata bravura ha prevalso l’insicurezza, l’assenza di principi davvero sani soprattutto quelli che devono regolare le competizioni sportive. Tonya poi, abituata al non amore ed alla violenza fisica e verbale, irrimediabilmente, come spesso accade, sceglie per sé un compagno altrettanto manesco e possessivo, un compromesso al ribasso per la sua vita già segnata da una madre incapace di dirle brava e di parlarle con dolcezza. Il massimo del complimento che riesce a farle, non in sua presenza, ma di fronte alla sua insegnante allibita da tanta durezza è: lei non si adegua, lei si distingue. Che in sé sarebbe anche una cosa veramente bella, se non fosse che non basta spronare i propri figli a dare e fare il massimo; è anche necessario essere accoglienti con le loro debolezze e difetti ed aiutarli ad alzarsi quando cadono. Il regista fotografa anche la realtà dell’America di quegli anni, il bigottismo, l’imposizione del modello della famiglia perfetta (che mancava a Tonya) e della femminilità aggraziata per le pattinatrici (che pure mancava a Tonya). Tonya non poteva vincere, non poteva salire sul podio alle Olimpiadi. Era nata in un quartiere sbagliato, da una madre anaffettiva (pensate: quando la produzione l’ha cercata per avere una sua apparizione nel film lei si è fatta negare!) senza un padre, senza il tutù giusto per ballare sui pattini, aveva i capelli arruffati anziché ordinati in una disciplinata coda di cavallo. Tutto questo all’America di quei tempi (gli anni 90) non poteva andare bene.
4 ciak per me 🎬🎬🎬🎬
That’s all folk.





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