·Ma adesso salviamo i pastori·

E’ festa in Abruzzo. Tutti ad applaudire, adesso: evviva la transumanza, evviva i pastori. Si risveglia l’orgoglio identitario, il senso di appartenenza, delle radici, della storia.

Sì, la transumanza è stata dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’umanità ed è la terza volta, dopo la pratica tradizionale della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria e l’arte dei muretti a secco, che viene attribuito questo prestigioso riconoscimento a una pratica rurale tradizionale. Le lodi si sprecano, anche in Abruzzo.

Ma nessuno sa. Anzi, in pochi sanno, per esempio, che i pastori in Abruzzo stanno scomparendo, che in questa regione ogni anno arrivano circa 20 milioni di euro di fondi Ue destinati alla pastorizia che finiscono nelle tasche di imprenditori del nord: imprese che fanno pastorizia solo sulla carta, imprese di carta, per la precisione. Un business legale, all’apparenza, dietro il quale si nascondono interessi e affari non proprio corretti che stanno infliggendo un colpo mortale ai pastori veri, a quelli che resistono. 

Come Nunzio Marcelli, per esempio. Uno dei pochi che pratica ancora la transumanza cosiddetta orizzontale, dall’Abruzzo alla Puglia, ma con sempre maggiori difficoltà. La transumanza verticale invece esiste sempre, la ricerca dei pascoli e del clima mite spinge i pastori a spostare le greggi non più a piedi ma a bordo dei camion: una necessità, ormai. Perché anche in questo caso, mica è facile la vita del pastore: e quante multe hanno beccato perché le pecore passavano sulle strade dei paesi, con la scusa che sono pericolose e che inquinano, sì  inquinano di più gli escrementi delle pecore che i gas di scarico delle auto.

Un business colossale che sta mettendo in ginocchio i pastori abruzzesi e che ha già decretato la morte di moltissime aziende. Sono società del nord che prendono in affitto pascoli che spesso non hanno neppure mai visto: a  far gola sono i soldi, tanti soldi, succhiati dagli aiuti pubblici all’agricoltura. Finanziamenti svincolati grazie al sistema dei “titoli”, che consente anche a chi aveva terreni per la coltivazione di tabacco, di usarli per i pascoli e prendere un sacco di soldi, o affittarli: bastano tre pecore finte, finte nel senso che non producono latte né niente o magari malate, tanto nessuno controlla.

E il punto è proprio questo:

“Nessuno controlla – dice Nunzio Marcelli – basterebbe che lo Stato, la Regione, L’Europa, mettessero in atto una serie di verifiche a tappeto sul territorio, basterebbe obbligare le aziende ad avere la sede in prossimità dei pascoli”.

Verifiche, vincoli e controlli che gli altri Paesi come la Francia hanno adottato con successo.

Secondo un’inchiesta del New York Times solo in Italia il 60 per cento delle aggiudicazioni nascondono una frode, cifre importantissime visto che tra il 2014 e il 2020 l’Unione europea ha stanziato per l’Italia circa 40 miliardi di auro a sostegno della Politica agricola comune.

Insomma, mentre la Transumanza viene riconosciuta patrimonio dell’Unesco, in Abruzzo la maggior parte dei (falsi) pastori portano in giro pecore malate, al solo scopo di incassare i finanziamenti. Un teatro, una maledetta messinscena che sta cancellando l’ identità di questa terra.

“Basterebbe poco, pochissimo – incalza Nunzio Marcelli – Basterebbe ripensare il sistema della distribuzione dei fondi. Basterebbe riconoscere ai pastori anche un ruolo di presidi anti-incendi. Così come è stato fatto in Costa azzurra, dove gli albergatori hanno incaricato e pagato i pastori per rimuovere i ceppi e tutto ciò che inquina il sottobosco. Sarebbe anche necessario, anzi urgente che la Regione faccia qualcosa a garanzia e a difesa dei nostri prodotti e magari adotti le stesse misure utilizzate a garanzia del vino per il pecorino: possibile che il nostro formaggio venga fatto a Roma col latte della Romania?”.

No, non è possibile. 

Il fatto è che i pastori quelli veri, nessuno li difende, non hanno la forza economica per contrastare le imprese del nord che vengono qui e fanno terra bruciata ai pochi rimasti.

“E così le tantissime società del Nord che usano pascoli del Comune, pecore che non producono nulla, incassano soldi che finiscono regolarmente a Padova, tanto per fare un esempio”, sottraendoli a chi con le pecore ci campa davvero.

No, forse non siamo ancora alla Mafia dei pascoli che è stata scoperta in Sicilia  grazie al protocollo di legalità con cui Giuseppe Antoci ha tentato di scardinarla: lui è scampato miracolosamente a un attentato nel maggio 2016, ma l’inchiesta è finita nel nulla. Un affare milionario per le cosche che erano riuscite a intercettare milioni di euro di fondi europei. Non siamo ancora a quel punto, ma ci stiamo avvicinando pericolosamente.

ps: benvenuta la Transumanza nel Patrimonio dell’Unesco. Adesso però salviamo i pastori.




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