·Tra poco e infinito·

Ciao Papà,

sono passati un po’ di anni dall’ultima volta che ci siamo parlati. Fra qualche giorno saranno cinque. Per alcuni versi pochi, per altri infiniti. Mi viene da dire così, anche se non saprei come distribuire il poco e l’infinito.

Qualche mese fa, per la verità, ci siamo rivisti. In sogno. Ma tu questo lo sai benissimo. 

Ho pensato di scriverti. Avevo bisogno di recuperare una parola perduta: Papà. L’ho usata altre volte, in questi anni, ma in maniera oggettiva, indiretta, per raccontare, ricordare o descrivere. Oppure come nome comune. Mai nel suo uso proprio. Quello per cui ciascuno la impara. Nel mio caso, per rivolgermi direttamente a te.

Qui sono successe tante cose, sapessi, Papà. Se te lo racconto mi sa che non ci credi. Stiamo tutti in casa. Usciamo solo per fare la spesa o andare in farmacia, al limite per una passeggiatina. Ma con cautela, a debita distanza gli uni dagli altri, e pure con un foglio in tasca con cui dichiariamo che dovevamo proprio farlo. E vedessi come siamo brutti con le mascherine.

Tutti siamo alle prese con la tecnologia, pure chi non ne voleva sapere, usiamo il computer e facciamo cose che non avevamo mai pensato di fare: i video party, i video aperitivi, le video lauree, le video riunioni.

E’ successo per un virus. Una specie di influenza, però mortale. Già, come l’asiatica. Quella, ho letto, attaccava soprattutto i giovani, questa, invece, soprattutto gli anziani. Sin qui, almeno. E comunque non ha risparmiato persone di tutte le età. 

Ora che ci penso, gli anziani di oggi sono i giovani di allora. Infatti mamma mi sembra che la prese. Sì, sì, mamma sta bene. Si annoia, questo sì. Pure lei si cimenta, ogni tanto, con le video chiamate. Però si annoia. 

E’ una situazione straniante. Strade deserte, piazze vuote. Silenzio. 

Forse è per questo che la settimana scorsa, a me pare per la prima volta, la sera del 18 marzo, andando a dormire, ho pensato al giorno dopo come a un giorno qualsiasi. Solo scorrendo le pagine dei social mi sono reso conto che era la festa del papà. Festa doppia per te, per noi, perché è pure san Giuseppe. No, niente zeppole quest’anno. Pensa che la sera mi sono messo ai fornelli e ho preparato dei dolci. Sì, ho imparato, qualche anno fa. Peccato, non ho potute preparartene nessuno. Comunque ho preparato dei dolci e poi, dopo cena, ho chiesto ai ragazzi di farmi un regalo: se potevamo vedere tutti insieme la fine di C’eravamo tanti amati, cominciato senza entusiasmo qualche giorno prima. Hanno smoccolato un po’, però poi l’hanno visto. Dopo sono andato a chiedere: allora, com’era? Dai, un po’ vi è piaciuto, o no? E mi sono sentito, sai, come Eduardo in Natale in casa Cupiello

Sì, noi stiamo bene. 

E chi è venuto a stare lì con te, come sta? E chi già c’era? Un po’ ci mancate qui.

Dovrei dirti un sacco di cose, sai, Papà. 

Mi rendo conto che ci sto girando intorno. 

Avrei bisogno di sapere che ne pensi. Se ti sei mai trovato in certe situazioni. Che faresti. Perché io a volte non so proprio. E sì, certo, ti ho dentro, non ti ho mai lasciato andare via, però certe cose non erano successe mai e quindi proprio non so come la pensavi tu. 

Quando avevi l’età mia di adesso, tu, per me, sapevi tutto. Su qualunque argomento, situazione, problema Quanto meno, sapevi capire e regolarti. A me ora sembra di non sapere nulla. Forse era così anche per te. Anche tu ti interrogavi e tormentavi, anche se non lo mostravi. 

Insomma avrei proprio bisogno di parlarti, come con questa lettera non è possibile fare.

Allora aspetterò stanotte. 

Anche perché fra poche ore è il tuo compleanno. 

Così potrò dirti: auguri Papà. E sarà dolce. 

Ne ho bisogno. Quanto? 

Ora lo so. Tra poco e infinito.




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