·Tra la pioggia e il mare·

Il Barcellona, il Real Madrid, il Manchester United ed il Manchester City. Tutte squadre di campioni, non c’è dubbio.
Una squadra di veri campioni, però, è quella che ho avuto la fortuna di vedere in campo sabato scorso, ad Ostia, in un luogo sospeso tra la pioggia e il mare.
E’ una squadra formata da bambini e ragazzi, tutti con meno di quattordici anni. Uno di loro, lo chiamerò “F.”, è un adorabile ragazzo con di un ritardo motorio e cognitivo, entrato nel gruppo tre anni fa.
Quando hanno iniziato ad allenarsi insieme erano tutti dei bambini ed F. svolgeva degli allenamenti un po’ per conto suo. Si metteva in fila con gli altri, ma, quando arrivava il pallone, per lo più, si scansava. Spesso, a metà dell’allenamento, chiedeva di tornare a casa. Non era facile capire cosa dicesse, perché non pronunciava le consonanti.
In questi tre anni ha fatto dei progressi enormi. Adesso, in campo, durante gli allenamenti, sta in fila con gli altri e tira o passa quando deve tirare o passare. Anche l’articolazione delle parole, arricchita dalle consonanti, è diventata più fluente.
I progressi sono stati tali che, da qualche settimana, viene convocato anche per le partite. Prima le amichevoli, poi quelle di torneo.


E’ merito dei due allenatori, campioni anche loro, se la squadra si è data alcune regole che, forse, non rispondono a criteri di massina competitività agonistica ma, di sicuro esprimono solidi principi di cultura ed educazione sportiva.
Tutti devono poter giocare, per esempio. A nessuno dei convocati, poi, quali che siano l’incontro o l’avversario, viene negata la possibilità di dare il proprio contributo sul campo.
Il ruolo di capitano, inoltre, viene assunto a turno e prima o poi tocca a tutti, con i relativi onori ed òneri.
Il capitano, come si sa, ha l’onore di condurre la squadra in campo e, se ha vinto il sorteggio con la monetina, di scegliere “palla” o “campo”. In questa squadra, però, il capitano ha pure un onere: scrivere il racconto della partita e poi condividerlo sul gruppo di Whatsapp.
Nessuno si è mai sottratto a questo compito, ognuno scrivendo come sa, secondo stile e sensibilità personali, e riuscendo a raccontare non solo gli eventi, ma anche le emozioni provate.
Sabato scorso, il ruolo di capitano è toccato ad F. ed era la prima volta. Come tutti i suoi compagni, anche lui, dopo la partita, ha scritto la cronaca, condividendola poi su Whatsapp. E’ un testo breve, scritto a stampatello, ma completo. F. racconta della trasferta ad Ostia, del suo ruolo di capitano, del sorteggio con la monetina per scegliere il campo. Racconta, poi, dell’iniziale panchina e dell’ingresso in campo nel secondo tempo. Di una punizione, a suo dire tirata “proprio male” (anche se, poi, dall’azione innescata da quella punizione è scaturito uno dei gol della sua squadra), della vittoria sul campo e del “cinque”, cioè il saluto scambiato a fine partita con gli avversari.
F. e i suoi compagni, dunque, hanno vinto, e ne sono stati giustamente orgogliosi.
La reale portata della vittoria, però, si comprende solo leggendo il testo di F. sino alla frase con cui, dopo avere raccontato la cronaca, descrive l’emozione che ha provato. Sono solo tre parole: “Io ero felice”. Ecco. Quando un ritardo diventa accelerazione.
Ora io voglio ringraziare F. e i suoi compagni, e i suoi allenatori, perché è merito loro se ho avuto la fortuna di ammirare una squadra di veri campioni. Può anche non capitare mai, nella vita. A me, invece, è successo. Sabato scorso, ad Ostia, in un luogo sospeso tra la pioggia e il mare.





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