·Terme, morte annunciata·

L’ultima e l’unica volta fu nel 1944. Quando i tedeschi in fuga da Caramanico fecero saltare la centrale e tutto il paese rimase senza luce. Comprese le Terme, dove le truppe di occupazione avevano messo la sede del comando: e quella fu l’unica volta che il centro termale, le cui prime tracce nella storia risalgono al 1576, rimase chiuso. L’altra è adesso.

Eppure la crisi era nell’aria. Ed era molto più che nell’aria già nel 2015 quando la Regione a guida Luciano D’Alfonso con la delibera di giunta numero 101 firmò l’accordo quadro col Comune di Caramanico e la società delle Terme spa alla quale rinnovò la concessione termale per venti anni, a partire dal 3 aprile 2006. Venti anni, mica uno come fece Chiodi l’anno prima. Soci illustri: nella società Terme di Caramanico ce ne sono 73, e le quote di maggioranza sono della famiglia Masci, una quota di minoranza di Luigi Pierangeli, l’imprenditore della sanità privata.  La società Terme di Popoli è in mano anche questa in maggioranza ai Masci mentre una quota minoritaria è della Novafin spa, la ex società di Enzo Angelini.

Una concessione così larga che aveva dei contrappesi nell’accordo quadro: una serie di adempimenti che però non sono stati mai rispettati. Già allora, la Società non aveva bilanci felici, proprio no. La crisi, culminata poi in liquidazione volontaria a partire dallo scorso anno per debiti per 21 milioni di euro, era già finita sul tavolo del ministero dell’Economia in un incontro che avrebbe dovuto trovare una soluzione definitiva: tutta colpa della contrazione della domanda di servizi termali, passati dai 21.000 clienti del 2009 ai 13.500 del 2018 (dati che avrebbero dovuto essere pesati all’epoca del rinnovo della concessione), disse all’epoca il liquidatore Franco Masci e, per la Reserve, della seggiovia mai realizzata. E infatti la sorte delle Terme era ed è legata a doppio filo con quella della spa stellata che rappresenta un gioiello dell’accoglienza alberghiera, finita anche lei nel calderone infinito dei debiti. 

D’Alfonso e Paolucci

Nel 2015, quando il commissario ad acta della sanità Luciano D’Alfonso decise di rinnovare la concessione per vent’anni col decreto 81 del 12 agosto 2016, c’erano tutti i presupposti per alzare le antenne: sarebbe bastato magari fare un bando, come è stato per Canistro, prima di firmare e via, e invece si preferì consegnare le terme a un privato che già navigava in acque poco tranquille, con enormi esposizioni con il Comune e i fornitori di servizi. Una incredibile sottovalutazione dello stato di crisi, questo è accaduto. Non solo da parte della Regione, ma anche da parte del Comune, di tutto l’indotto, degli stessi operatori: quindici dipendenti fissi e il resto di stagionali che lavorano mediamente sei mesi l’anno (gli altri sei mesi tirano avanti con la disoccupazione) senza diritti e senza troppe tutele sindacali, in tutto 178 dipendenti nel terzo trimestre dello scorso anno. 

Adesso la Società Terme di Caramanico per poter riaprire chiede che la Regione le assegni la riabilitazione, una stampella di tutto rispetto che le consentirebbe di mettere le pezze a una situazione debitoria pesantissima. In realtà chiede che le venga assegnato il budget perchè l’accreditamento ce l’ha già, concesso anche questo da D’Alfonso, tre anni fa. Chiedono soldi che si sommerebbero al budget annuale che però la Società non ha mai consumato totalmente.

La conferenza stampa di Paolucci e Mazzocca

Questa è un’operazione più difficile, che comporta di allungare una coperta già corta di suo, una redistribuzione dei finanziamenti tra le strutture riabilitative e una nuova stesura del piano sanitario, insomma non è proprio una passeggiata.

E a questo punto nella vertenza tra Regione e Società si è alzata la voce dell’opposizione: per salvare da morte certa l’indotto termale, per il capogruppo Pd Silvio Paolucci si dovrebbero subito attivare le procedure dell’impiego “dei 900 mila euro disponibili nella legge di stabilità e l’applicazione di un documento dell’azienda sanitaria regionale per l’erogazione di prestazioni riabilitative”. La Regione dal canto suo conferma di aver erogato già 3 milioni e 200 mila euro per le cure termali, destinati sia a Popoli sia a Caramanico, però guarda caso Popoli è stata riaperta e Camaranico no. E’ chiaro che la società spinge per ottenere il budget della riabilitazione, buttando in faccia alla Regione le drammatiche situazioni dei lavoratori dell’indotto termale.

Mauro Febbo

“Hanno governato per cinque anni – ha commentato l’assessore alle attività produttive Mauro Febbo – ma non si sono accorti del dissesto economico e finanziario in cui versava la società che gestisce terme e albergo. Fanno riferimento a fondi per 1 milione e 700 mila euro, relativi al periodo 2016-2018, ma stranamente dimenticano di spiegarci perché non li hanno erogati”. 

 In merito ai 900 mila euro previsti dalla legge di stabilità 2019, l’assessore Nicola Campitelli spiega che si tratta

“di risorse che non sono assegnate all’attività sanitaria diretta ma solo per il termalismo regionale. Paolucci e Mazzocca fanno finta di non conoscere la portata della norma in quanto a questi fondi è possibile accedere solo attraverso un bando regionale al quale non possono partecipare sicuramente i soggetti in stato di liquidazione volontaria come purtroppo quelle di Caramanico”.

ps: Ecco, il punto è proprio questo: bandi, che non vengono fatti, neppure in questo caso. Chissà perché.




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