·Teheran è vicina·

#IlCliente (Regia: Asghar Farhadi. Con: Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti. Genere: Drammatico)


Il film è stato premiato a Cannes 2016 per il migliore attore protagonista e la migliore sceneggiatura. Il regista iraniano è lo stesso di “Una separazione”. Se non lo avete visto, vi consiglio di farlo: anche in quest’opera (come in quella di cui vi parlo oggi) tratta un tema universale (la rottura di un rapporto coniugale) calandolo nella realtà del suo Paese e formulando precise critiche al suo mondo ed alla sua cultura che, vi dirò, ho sentito di potere estendere anche al contesto “occidentale”: musulmani o cristiani, cambia poco. “Il cliente” ha la consistenza di un’opera teatrale ma anche la suspence di un noir cinematografico. Nella narrazione d’altronde è contenuta un’opera teatrale che condivide con la storia principale un motivo di cupezza e di sconfitta: si tratta di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che i due protagonisti (marito e moglie, due giovani attori, dunque culturalmente evoluti) interpretano in un teatro sperimentale di Teheran. Anche la città, sfondo di tutto, sottolineata nelle inquadrature, quasi a scandagliarla, è protagonista del “dramma”: devastata ed offesa da edifici brutti, un’espansione edilizia insensata e violenta che distrugge il vecchio per costruire il peggio; di fronte alla rassegnazione ed all’impotenza degli abitanti, che orami sembrano abituati alle crepe, ai fossati, ai crolli, alle evacuazioni. Allo squallore.
Irrompe nella vita della compagnia teatrale l’aggressione subita, in casa, da Rana, la protagonista femminile (che anche nella interpretazione teatrale è moglie dolente e sfortunata), per mano di uno sconosciuto, che la riduce in ospedale con la testa sanguinante ed il terrore addosso; un terrore che non se ne va, si trasforma in paura di restare sola, in incapacità di continuare “come sempre”, come se niente fosse. Su cosa sia realmente accaduto durante quell’aggressione cala il silenzio, non si capisce. Non se ne vuole parlare. I due decidono di non denunciare. Sarebbe troppo “vergognoso” per una donna descrivere la situazione, meglio il silenzio. E poi: meglio farsi giustizia da sé. Il film richiama alla mente degli spettatori italiani “Un borghese piccolo piccolo”, le situazioni sono simili, ugualmente penose ed umilianti. Emerge con chiarezza la patologia di una società dove manca radicalmente la fiducia nelle istituzioni. L’ingiustizia della giustizia artigianale, che si dimostra peggiore di quella dello Stato. Questo tema si incrocia con quello del rapporto tra i due protagonisti, che si deteriora proprio a causa del diverso modo con cui l’uomo e la donna affrontano le conseguenze di quella violenza. Lui, inizialmente reattivo e positivo, fa prevalere una natura e una cultura arcaiche; lei, inizialmente sconfitta r in preda al panico ed all’irrazionalità, fa prevalere l’umanità e la capacità, forse tipicamente femminile, di metabolizzare il dolore e le rotture che la vita ci impone sempre. Nel film, alla fine, a pensarci bene, sono proprio le donne i personaggi positivi. Ad un certo punto, gli alunni della scuola solo maschile dove Emad insegna letteratura gli chiedono: ma come fa un uomo a trasformarsi in una bestia? Ecco, un uomo. Il film racconta questo, oltrepassando i confini dell’Iran e anche del contesto temporale in cui è girato. Una riflessione che accomuna oriente ed occidente, culture opposte e diversissime. Non parliamo più di femminicidi, ma pensiamo a cambiare radicalmente la nostra cultura: sarebbe anche l’ora.




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