·Strade·

strada

Nella quotidiana giungla del traffico di Roma, dove vivo, per andare al lavoro alterno due percorsi. Fino a poco tempo  fa sceglievo, tra i due, in base all’intuito, all’ispirazione, all’umore del momento. Sempre anelando al meglio, ma con la sensazione, dopo, di avere scelto per il peggio.

Adesso, invece, mi sono fatto furbo e tutte le mattine, prima di uscire, controllo il percorso meno trafficato sul navigatore satellitare del mio cellulare.

E pensare che da bambino avevo una fantasia: quella di salire in macchina e di imboccare le strade dove non andavo mai, svoltando sempre nella direzione opposta a quella consueta, con l’idea che, in questo modo, sarei arrivato chissà dove. Ci fu poi un giorno in cui lo zio Raffaele, un fratello di mio padre, si presentò a casa, dopo la scuola, di pomeriggio, intenzionato a realizzare quella fantasia. “Dai che andiamo”. “ Dove, zio?”.“Dove dici tu”.

Facemmo come avevo sempre sognato di fare. Solo che svoltando di qua invece che di là, poi qui invece che lì, in pratica andando a casaccio e seguendo l’ispirazione del momento, non arrivai da nessuna parte; gira che ti rigira, alla fine sempre a due passi da casa mi ritrovavo. Una delusione.

Con il ricordo di questa fantasia, ho quindi iniziato ad usare l’applicazione installata sul mio cellulare.

Devo dire che mi trovo abbastanza bene. Consulto il navigatore e poi mi avvio. Solo lui, il navigatore, può darmi la serenità, la tranquillità di avere fatto la scelta giusta. Lui che da lassù, dal satellite, tutto vede e tutto sa. Magari ci impiego 40 minuti come un mese fa, quando smadonnavo in mezzo al traffico, prendendomela con me stesso e con gli altri per avere scelto il percorso sbagliato, mentre ora sto sereno, convinto di trovarmi su quello migliore. Perché me lo dice lui. E se, tante volte, mi viene un dubbio, ancora lui, novello oracolo, mi rassicura: “nonostante il traffico, nonostante il ritardo, quello su cui ti trovi è tuttora il percorso più rapido”. Insomma, va tutto bene.

Solo che.

Mi manca qualcosa.

Forse l’ignoto, il diritto di imprecare, il dubbio. Perché le certezze tecnologiche sono d’aiuto, non lo nego, però tolgono pure qualcosa: per esempio la speranza, se preferite l’illusione, che possa esserci qualcosa di meglio.

Per reazione a ciò che mi sembra di avere perso, sta montando una voglia di riscatto, un senso di insana competizione, l’idea di potere persino vendicare quell’infantile delusione rispetto alle fantasie di fuga.

L’uomo contro la tecnologia. Sono già un paio di mattine che ci penso: lui mi dice che il percorso migliore è di qua e che ci impiegherei 38 minuti? Ed io, guarda un po’, me ne vado di là, sia quel che sia, e lo farò sino a quando non riuscirò ad impiegarci meno tempo; basterà riuscirci una volta, un’unica, fottutissima volta, anche solo per un minuto. A quel punto, guardando il navigatore dritto nel display, lo insulterò, esulterò in maniera scomposta, mi lascerò andare ai cori più triviali. Sarà come sentirsi di nuovo libero.

Poi, dopo il lavoro, di pomeriggio, andrò dallo zio Raffaele e gli citofonerò. “Scendi che andiamo”. “Dove?”. “Dove diciamo noi, zio, dove diciamo noi…”.




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