·Storia di M.·

In attesa che la luce del semaforo diventi verde, vedo un uomo camminare davanti a me, sulle strisce pedonali. Un uomo della mia età. Chissà perché mi fa pensare a lui.

Lui è un compagno di classe delle elementari e, anche se ricordo precisamente nome e cognome, lo chiamerò M.

Lo persi di vista alla fine del secondo anno, quando cambiò scuola, forse quartiere, forse persino città.

Il ricordo di lui, particolarmente sbiadito per gli anni (più di quaranta) trascorsi, è di un bambino magro, quasi quanto me, mancino come me, che veniva a scuola con una cartella di plastica rigida. Non si andava a scuola con lo zaino, allora. Il ricordo di lui, poi, è un pallone di cuoio marrone, graffiato dal mattonato sul quale, a ricreazione, giocavamo a calcio. 

Andai a casa sua, un pomeriggio. Abitava in una palazzina in cortina, sulla via Nomentana, una delle tante edificate, nel mio quartiere, tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni settanta. Giocammo in una stanza che rapidamente rendemmo disordinata, con il pavimento invaso da soldatini, pistole, costruzioni.

Non so perché, ma ho sempre associato il ricordo di M. a Rino Gaetano. Anzi lo so. E’ perché un altro nostro compagno di classe lo prendeva in giro, canticchiando quella canzone in cui Berta filava, filava proprio con lui.

Passammo il pomeriggio assistititi da una luce invernale. La sensazione, quando mio padre, o forse mia madre, mi venne a prendere, fu di un tempo trascorso velocemente. Il buio era arrivato presto sul parquet della stanza di M.

Il semaforo, nel frattempo, è diventato verde ed io riparto.

Dopo qualche ora, mentre sono al lavoro, mi chiama mia moglie. E’ intervenuto un contrattempo e devo andare a riprendere nostro figlio, a casa di una compagna di classe, che abita sulla via Nomentana. 

Quando scendo dalla macchina e mi trovo, a piedi, davanti a quel palazzo, ho la sensazione netta di esserci già stato. Sì, sembra proprio la casa di M.  Guarda un po’. Proprio questa mattina mi è venuto da pensare a lui. Al punto che mi è sembrato, addirittura, di riconoscerlo in quel passante.

In verità anche altre volte ho pensato a lui. In un’epoca in cui, grazie ai social network e alla rete, sono riuscito ad incontrare, sia pure virtualmente, o comunque ad avere  notizie, praticamente, di chiunque mi sia venuto in mente, non ho, invece, mai saputo nulla di M..  Chissà chi è, cosa fa, come vive. 

Suono al citofono e chiedo di far scendere mio figlio. 

Passa qualche minuto, durante i quali mi viene da sbirciare i nomi sul citofono. Trovo il suo cognome. Un cognome singolo, non in coppia.  Sarà lui? Difficile. Vivendo nello stesso quartiere, prima o poi, ci saremmo incontrati, avremmo in qualche modo saputo l’uno dell’altro. Allora è il padre? La madre? No, la madre avrebbe tenuto anche il proprio cognome. Forse la sorella? Una zia?

Chiedo ai genitori della compagna di classe di mio figlio. Non abitano da molto in quel palazzo, sanno solo che a quel cognome corrisponde una persona anziana, che vive da sola. 

Qui mi fermo. Non citofono. Non sarebbe educato, innanzi tutto. E poi mi viene, improvvisa, la paura di ciò che potrei scoprire. Certo, questa storia, così, non ha il finale. Rimangono una sensazione, un ricordo e una coincidenza. 

Ecco mio figlio. 

Bacetto, ciao. “Tutto bene? Vi siete divertiti?” Sì, tutto bene.

E’ primavera avanzata. Fa caldo. Il buio arriva tardi.

Ma se io volessi un pallone di cuoio marrone? 

Saliamo in macchina, accendo il motore. 

Devo controllare, su Amazon o ebay, mi dico e,  se lo trovo, lo compro. 

“Cosa”? Chiede mio figlio.

Ho parlato a voce alta, senza rendermene conto. 

“Un pallone di cuoio marrone”, rispondo.

Da tenere in macchina. Tante volte incontrassi M.




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