·Sindaco e monsignore come Peppone e don Camillo·

Peppone e don Camillo rispetto a loro erano due giocatori di fioretto. In realtà il sindaco di Chieti Umberto Di Primio e l’arcivescovo Bruno Forte, lo scorso venerdì santo e nei giorni precedenti, se le sono date di santa ragione: telefonate infuocate, messaggi al veleno e minacce. Poi è finita come sappiamo tutti: col Cristo che all’improvviso si capovolge e si stacca dalla croce durante la processione solitaria di monsignore, sul corso Marrucino. Un bruttissimo segno. 

Comincia tutto il lunedì della settimana santa. La prima mossa è del sindaco, che scrive una lettera al vescovo per proporre, in alternativa alla tradizionale processione del Cristo morto, un’esposizione dei simboli in Cattedrale, con la preghiera ripresa in diretta da Rete8. Il vescovo risponde che no, non va bene, perché l’esposizione avrebbe dato luogo ad assembramenti, che in epoca Coronavirus sono vietati. Di Primio insiste, e poi si vede arrivare una mail della Curia con cui gli viene comunicato che alle 18 ci sarebbe stata la messa e alle 19 la processione con la benedizione in piazza. Niente di più.

Monsignore lancia quindi l’idea della processione in solitaria. Il sindaco telefona:

“Venerdì l’accompagno”.

E’ l’autorità civile, e la processione si fa in città, niente di più normale. Ma per monsignore no:

“La pregherei di non venire”,

gli risponde. Il primo cittadino insiste, monsignore non cede. E qui cominciano i fuochi d’artificio:

“Se lei si permette di venire, dirò alla stampa che lei lo fa solo per per cercare una ribalta, solo per farsi vedere”.

A quel punto Di Primio rilancia:

“Ringrazi Cristo, eccellenza, che sono cristiano. Ma dopo Pasqua ne riparleremo”. 

La città ne parla subito, la notizia che il vescovo non vuole il primo cittadino si diffonde in un batter d’occhio, anche al di fuori dei confini regionali. Ci sono telefonate, scambi di messaggi con la Curia. Così quando alla fine si risentono via WhatsApp, i messaggi tra i due contendenti all’inizio sono più pacati: “Caro sindaco, provo a chiarire” attacca monsignore, che spiega a Di Primio che non ce l’ha con lui che quando mai, ma che erano stati molti cittadini a esprimergli la volontà di non averlo in processione. E conclude dicendo:

“Io non condivido la sua scelta di venire, ma se proprio vuole, lo faccia, ma non alla processione: si faccia trovare ai piedi della scalinata di San Giustino, la benedirò lo stesso”.

Ed è qui che il primo cittadino prende fuoco, e ci mette davvero poco: lui è il sindaco e non accetta imposizioni dal prelato. Glielo dice in un lungo messaggio:

“Non ho bisogno del suo assenso per partecipare – gli scrive – e se le ho chiesto il permesso è stato solo per cortesia, per eccesso di zelo, e per rispetto del Cristo che lei rappresenta in terra”,

e non pago, gli rimprovera le minacce e di aver usato in un precedente messaggio l’invito al “sacrificio”, sacrificio di restare a casa:

“Io il sacrificio che lei mi invita a fare, lo faccio ogni giorno, restando a casa per tutelare i miei familiari, ma – aggiunge – il mio lavoro di sindaco mi impone di rappresentare la mia cittadinanza, di lavorare per loro come faccio ogni giorno, e anche di uscire di casa. Mi dispiace che lei non condivida, ma io venerdì ci sarò con la fascia tricolore e con me simbolicamente ci saranno tutti i cittadini di Chieti. E pregherò per la città ma anche per lei. Aspettiamo Pasqua, non permetterò che questa storia passi così, ne riparleremo”.

“La questione non è personale – risponde monsignor Forte – affido tutto a Dio”.

“Meno male”,

conclude Di Primio.

Finisce così lo scambio di messaggi. I due si rivedono il venerdì santo, Di Primio si fa trovare ai piedi della scalinata.

Sappiamo come è andata a finire: appena lasciato il Seminario regionale, nella cui cappella viene celebrata la messa, monsignore imbocca corso Marrucino ma all’improvviso, percorsi a piedi alcuni metri, il Cristo si capovolge, restando ancorato solo alla parte inferiore del crocifisso.

Si ferma, lo soccorre un sacerdote che riesce a fissare la statua alla croce.

Il commento del sindaco, racconta chi era con lui, è una feroce vendetta: “Anche Cristo ha detto meglio solo che male accompagnato”.

 No, non è un racconto di fantasia. E’ andata proprio così.




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