·Sexy shop·

Un sexy shop. Porca miseria, proprio qui sotto?

La presenza di quel negozio rappresentava un deterrente, al momento di formulare la proposta di acquisto dell’appartamento, circa un anno e mezzo fa.

Metti che uno organizza una cena, arrivano gli ospiti e tié: vetrina con mutande estreme e sgargianti, accessori di vario genere e foggia. Ti immagini, ci dicevamo con mia moglie, lo stupore degli invitati: “Ma questi dove sono andati ad abitare?”.

Manco a sperare nella saracinesca che si abbassa sul far della sera. Perché è soprattutto dalla sera in poi che ti immagini si svolga la vita di un sexy shop, associato all’idea, forse un po’ stereotipata, delle perdizioni notturne.

La casa ci piaceva, eccome. Con qualche adattamento e qualche rinuncia, faceva proprio al caso nostro. 

E i ragazzi? Oddio, i ragazzi! 

Con due figli adolescenti, il sexy shop sotto casa reca pure altre preoccupazioni. Non è tanto per l’accesso a curiosità pruriginose (da quel punto di vista,  ben altre sono le insidie, con mezzi di più frequente e facile utilizzo), quanto per l’umanità che (forse, pure qui, in via stereotipata) uno si immagina muoversi intorno a un sexy shop.

Seguendo il ricordo delle città europee dove da ragazzi si andava a scorribandare, nei paraggi dei sexy shop, in genere inseriti nei quartieri a luci rosse, si addensavano persone che, almeno all’apparenza, non erano per nulla raccomandabili.

Certo, ci dicemmo con mia moglie, qui la situazione è del tutto differente, perché il negozio è, rispetto al quartiere, una cosa a sé. Un negozio, tra l’altro, che esiste, o forse dovremmo dire resiste, da anni.

Mi raccontò un mio amico, quando venne ad abitare in questa stessa via, venti anni fa, che ogni qual volta dichiarava l’indirizzo, l’interlocutore gli diceva: “Ma che è la via del sexy shop?”. Questo sexy shop aveva infatti, allora, uno spazio su una tv privata. Uno spazio nel quale, era l’osservazione del mio amico, evidentemente in moltissimi andavano a curiosare.

Qui dunque si introduceva la domanda delle domande che ci ponevamo con mia moglie: passi per gli anni novanta, passi pure per i primi anni di questo millennio, ma ora un sexy shop che senso ha? Adesso, e già da molti anni, le immagini sono liberamente fruibili sulla rete e gli accessori possono essere acquistati on line e consegnati a domicilio. Come campa un sexy shop di quartiere, oggi?

Ad ogni buon conto, la casa, dal punto di vista strutturale, cioè per quanto non è suscettibile di variazione, ci piaceva tanto, era per molti versi ciò che faceva per noi. 

Quanto al sexy shop, considerammo che un esercizio commerciale ha l’esistenza connotata, per sua natura, da un certo grado di volatilità, e, oltre tutto, che esso, pur non distante neanche dalla nostra abitazione precedente, non aveva rappresentato mai un problema; inoltre, quella tale agente immobiliare ci disse che il titolare del negozio –  un uomo, quando poi l’abbiamo visto, dall’aspetto mite, i capelli argentei e i modi molto garbati – aveva chiesto una stima sul valore del locale, essendo intenzionato a cessare l’attività.

Per le nostre orecchie fu una notizia che suonò come musica assai propizia.

Formulammo la proposta, dunque, che venne accettata, e così acquistammo.

In questo anno e mezzo, non ci siamo praticamente accorti della presenza del sexy shop. Dopo poco, abbiamo cominciato a non farci più caso. A non notare quella vetrina, sempre uguale, con oggetti e proposte dal respiro goliardico, quasi carnevalesco, più che perverso: come altro potresti considerare, del resto, delle mutande da uomo con elefantino, e relativa proboscide, sul davanti, e, per le donne, dei reggiseni con pennacchi svolazzanti? 

Il livello dell’oggettistica esposta è questo. 

Persone che entrano, poche. Più che altro amici del titolare, a giudicare dalla familiarità con cui si salutavano. O forse clienti molto abituali. Il tono, l’atteggiamento, lo spirito complessivo appaiono però, per quanto posso vedere io, da amicizia non filtrata da un rapporto cliente/negoziante.

La sera, poi, ben prima dell’ora di cena, la saracinesca si abbassa regolarmente. E sembra di sentire il profumo della minestrina calda, più che dei richiami e delle allusioni erotiche.

Due mattina fa, uscendo per andare al lavoro, ho visto la saracinesca abbassata e un cartello: “Vendesi”.

Ma che davvero? – mi sono chiesto. 

Beh, era quello che speravi, dovresti essere contento – mi sono sentito rispondere da una parte di me, impegnata in un dialogo immaginario.

Sì, è vero lo speravo.

Però, così, senza nemmeno avvertire.

Ieri, a metà mattina, sono sceso per andare a sbrigare alcune commissioni.

Il cartello vendesi ancora lì, però con la saracinesca alzata. 

Che bello – ho pensato – non ha ancora chiuso.

In quel momento, si è avvicinato alla porta di ingresso del negozio un signore anziano, i capelli radi, l’aria mesta. Ha suonato alla porta, chiusa, come quelle delle gioiellerie. Dopo qualche istante, si è sentito il rumore elettrico dell’apertura dall’interno. Il signore anziano è entrato nel negozio e ho fatto in tempo a intravedere, sul suo volto, disegnarsi un sorriso largo, accompagnato dalle voce del titolare e dell’avventore stesso: “Carissimo”, “Uè, che bellezza, venire qui”.

La porta si è chiusa ed io sono andato via, per proseguire le mie commissioni.

Dentro di me, una inspiegabile sensazione di armonia.

Potrei sbagliarmi, però mi è sembrato che l’elefantino delle mutande in vetrina, in quel momento, mi stesse strizzando l’occhio.




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