·Senza farsi annunciare·

È arrivata all’improvviso, come tutti gli anni. 

I soliti preparativi, al mattino, la solita ricerca degli abiti da indossare, tra camicie, maglioni, gilet, giacche. Poi, una volta fuori di casa, ecco che la sento intorno. Il sole, suo compagno di viaggio, è lì sopra e mi avverte: “Siamo di nuovo qui, lei ed io”.

La primavera e il sole. Lei e lui. Una bella coppia. Sono tornati ed io dovrei essere contento. Perché a me sono sempre piaciuti il sole, il caldo, il bel tempo. E la frutta di primavera, che fra poco arriverà: le fragole e le ciliegie, poco dopo le nespole e poi… è estate.

Bello, no?

Eppure.

Per la prima volta nella mia vita, non mi sento pronto. Mi sembra davvero non ieri ma due minuti fa che ho fatto il cambio degli armadi e, portandomi avanti, mi immaginavo l’arrivo dell’inverno. Il Natale ancora all’orizzonte. 

Diamine, siamo già alla primavera.

“Eh, che fretta c’era”, mi viene da dire. E un istante dopo, il mio vissuto, gli interessi e le letture, gli studi fatti e quelli scansati, mi portano ad aggiungere, con automatica conseguenzialità: “Maledetta primavera”. Santa Loretta Goggi. Chissà che voleva dire quel verso. E pure quella canzone. Ascoltata milioni di volte, senza mai prestare attenzione al significato. Forse era proprio questo: mannaggia alla Primavera e alla fretta di consumare tempo, giorni, momenti.

Mi trovo nella insensata condizione di auspicare un rigurgito invernale. 

Non sono pronto ad abbandonare l’abbigliamento stagionale di cui appena ieri, anzi due minuti fa, avevo cantato il ritorno. 

Fra poco, penso, sarà così anche per l’estate, che è, in fondo, la fase suprema della primavera. Una primavera alla potenza. L’estate sta alla primavera come l’inverno sta all’autunno.

E mi verrà in mente quell’altra canzone, s’intitola “Senza farsi annunciare”, non la conosce nessuno ma è bellissima. Testo e musica di un mio compagno di liceo. Parlava di questo, dell’irrompere improvviso, senza farsi annunciare, appunto, dell’estate, che ci proiettava verso la vacanza, quanto più possibile sgarbata. Era contento il mio amico. Ed io pure.

Adesso invece no.

E’ incredibile come una primavera possa avere il senso di un crepuscolo.

Tutto questo accade una mattina in cui devo andare alla Asl e poi al Caf. 

Alla Asl devo scegliere il medico per mia figlia, che ha compiuto quattordici anni. Avevo scelto per lei, appena nata, anche il pediatra. Me la ricordo bene quella mattina, con una scelta del medico poco più che casuale, secondo criteri topografici ed un nome che mi ispirava fiducia. Diamine 14 anni sono passati. Oggi scelgo per lei lo stesso nostro medico. Quello dei grandi. 

Il percorso stradale per il Caf mi porta a passare davanti alla prima casa nella quale abbiamo abitato con mia moglie, prima ancora che diventassimo marito e moglie. E’ la casa in cui è nata lei, nostra figlia. Riconosco l’angolo della strada in cui abbiamo scattato quella foto, in cui lei ride, ride tanto, con gli occhi chiusi, e si stringe nelle spalle, lo sguardo leggermente all’insù. 

Al Caf devo andare perché mi hanno avvertito che già da qualche giorno è pronta la pratica di successione. Per una persona che amavo. 

Arrivo, entro, pago, firmo, esco. 

In mano ho una ricevuta e la inserisco nella cartellina blu che mi accompagna in questi giri burocratici, vicino alla scheda del nuovo medico di mia figlia.

La primavera e il crepuscolo. 

Ci vorrebbe, adesso, che comparisse una classe di liceali. Perché questo è il tempo dei 100 giorni, quel rito iniziatico di chi, fra circa 100 giorni, appunto, dovrà affrontare la maturità, e va in giro a chiedere soldi per finanziare i bagordi che a breve, magari già questo fine settimana o il prossimo, andranno a vivere al mare, in montagna o al lago, nella seconda casa dello sventurato che l’avrà messa a disposizione. 

Adesso toccherebbe a me essere l’adulto che allunga il cinquantone – ai miei tempi era la cinquantamila lire, ovvero la mezza piotta, ma forse pure adesso si chiama mezza piotta – e in cambio si becca la ola di ringraziamento, e rischierei davvero di dargliela, la mezza piotta, se si facessero vedere ora, se venissero a salvarmi.

Invece non si fa vivo nessuno. 

Ed io resto così, nel mezzo. Tra la primavera del medico di mia figlia che diventa grande e il crepuscolo della pratica di successione di chi ho perso. 

Il sole è sempre lì. In alto. Sta cercando, insieme alla primavera, di dirmi chi è lui, chi è lei, chi siamo noi.

Ma io l’ho capito. Credetemi, l’ho capito.

E’ solo che non ci voglio pensare. 

Non ora, almeno. 

Forse è per questo che non sono pronto.

E comunque, una cosa voglio dire loro.

Pure noi mica siamo così scontati. Pure noi siamo capaci di sorprendere. 

Sgarbati, non ci faremo annunciare.

Nemmeno noi.




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