·Sanità, le promesse mancate·

“In sei mesi la Asl unificata e la fusione dei trasporti”: per chi si accontenta, la metà del programma annunciata tre anni fa dal consigliere regionale Camillo D’Alessandro è stata realizzata. A carissimo prezzo, visto che la Tua (la società dei trasporti abruzzese) si porta dietro una montagna di debiti e una fama non proprio lunsinghiera di efficienza e dinamicità. Per chi non si accontenta, la metà del programma della giunta D’Alfonso, quella più importante, che ha a che fare col risparmio, la spending review e l’efficienza della sanità, non è stata realizzata.

D’Alfonso e D’Alessandro

Era il mese di giugno del 2014, appena eletto, quando in un’intervista a un quotidiano locale, il fedelissimo di D’Alfonso annunciava che entro un mese avrebbero mandato a casa “tutti quelli che hanno fallito, e i nominati da Chiodi”. A partire dai direttori generali delle Asl. Entro un mese, diceva (e l’intervista la vedete nella foto sotto), via le quattro Asl e spazio all’azienda unica. Non vedeva ostacoli di natura pratica e tanto meno legislativa:

“E’ sufficiente approvare un solo articolo che istituisca la Asl unica regionale – diceva – al massimo se ne fanno due considerando per esempio l’area metropolitana Chieti-Pescara: a quel punto i direttori decadono e iniziamo a cambiare l’Abruzzo”.

A distanza di tre anni di Asl unica non se ne parla più, per quanto citata nel nuovo piano sanitario. Più sono meglio stanno: più poltrone, più incarichi, più campanili, più tutto.
Nessun ostacolo, rincarava, neppure di carattere legale:

“C’è una sentenza sul caso Caporossi a Lanciano nella quale il giudice stabilì che la decadenza del manager era legittima in quanto non c’era più la Asl Lanciano-Vasto”.

Insomma, di gran fretta, prometteva D’Alessandro, avrebbero fatto tutto. Tanto che gli veniva chiesto come mai corresse così tanto, e lui pronto a rispondere che la sanità sarebbe potuta ripartire in sella a una sola azienda.

“Credo che dobbiamo avere l’ambizione di dire non solo cosa fare, ma anche entro quando, in modo che si ristabilisca un rapporto tra la Regione e quei cittadini che oramai vedono l’ente come un luogo del non fare, inutile”.

Per la verità, andava oltre, il buon Camillo. Quanto “al fare”, aggiungeva, ci sono altri sprechi da cancellare:

“Oggi abbiamo 5 Ater e sei società di gestione del ciclo idrico, ma lo stesso discorso si può fare per i consorzi di bonifica o per i centri di ricerca regionali”.

Ecco, una serie di buoni, anzi ottimi propositi. Che hanno fatto la fine che sappiamo.
ps: anzi, a proposito del ciclo idrico, non solo sono rimaste tutte le società, ma da pochissimo hanno nominato anche un nuovo direttore generale che costerà alle casse pubbliche, cioè ai cittadini, 200 mila euro l’anno.





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