·Sanità, bocciate le cliniche·

Hanno torto le cliniche e aveva ragione il commissario alla sanità, all’epoca Gianni Chiodi, quando ha introdotto i protocolli di valutazione per le verifiche di appropriatezza, legittimità e congruità delle prestazioni sanitarie erogate dalle strutture accreditate. Protocollo più restrittivo e che limita parecchio il raggio di azione e l’autonomia delle cliniche private rispetto alla Regione Abruzzo. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con sentenza del 24 giugno scorso. A proporre appello contro la sentenza del Tar, la clinica Di Lorenzo rappresentata dalll’avvocato Tommaso Marchese.

Al centro del ricorso, il tasso di occupazione dei posti letto che secondo le cliniche, deve essere determinato con riferimento alla “disciplina accreditata che, nelle strutture non associate a funzioni di emergenza, non può superare il 100% giornaliero del numero dei posti letto per disciplina accreditata”. In pratica, la sanità privata sostiene che si è in presenza di una violazione e falsa applicazione della legge regionale abruzzese 5.4.2007, n. 6 (legge dell’ex assessore Bernardo Mazzocca), e di ogni altra norma e principio in materia di determinazione e disciplina del tasso di occupazione dei posti letto delle strutture sanitarie.

Un ricorso quindi che mira ad allargare le maglie di azione dei privati in materia di rimborsi da parte della Regione: ma il Consiglio di Stato ha respinto l’appello della San Lorenzo sostenendo che è una pretesa che impedirebbe alla Regione di esercitare il suo controllo. E confermando quindi la piena validità di quella legge.

Cosa è successo? E’ successo in pratica che tra i requisiti per i rimborsi delle prestazioni, la Regione avesse stabilito che andava rispettato il criterio della “non interscambiabilità dei posti letto tra le Aree funzionali medica e chirurgica”, ma consentendo invece la intercambiabilità nell’ambito di una stessa area. Un criterio che le cliniche non condividono, sostenendo che la pretesa della Regione di far corrispondere a ogni giornata di degenza il numero dei ricoverati nella disciplina di riferimento e non alla dotazione complessiva dell’area funzionale, è una forzatura. 

Ma il Consiglio di Stato ha stabilito che l’appello, fondato su questi motivi, è infondato: in pratica i giudici amministrativi hanno ritenuto che l’esigenza di flessibilità non può intendersi come facoltà della struttura privata di operare in deroga al numero dei posti letto assegnati alle singole discipline, secondo uno schema variabile e non predefinito, rimesso alla sua piena discrezione e, quindi, di assai difficile previsione e controllo da parte dell’ente regionale. 

ps: Quindi resta in vigore la legge regionale (più restrittiva), con buona pace degli imprenditori della sanità privata.




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