·Sabato pomeriggio·

Luftballons und Partykuchen

Sabato pomeriggio, festa di bambini, età media 8 anni. Uno degli invitati è mio figlio. Siamo solo lui ed io perché la parte femminile della famiglia (mamma e figlia, quest’ultima di 11 anni) è ad un’altra festa. Non essendoci mia moglie, che della coppia è l’elemento catalizzatore e socializzatore, nessuno mi rivolge la parola. Sembra quasi di stare ad una delle feste che frequentavo da bambino, se non fosse per mio figlio che sta lì davanti a me, inseritissimo.

Il fatto che nessuno mi parli, per la verità, nemmeno mi dispiace più di tanto. Hotempo per guardare, osservare, pensare. Vedo gli altri genitori, mi sembrano grandi, quasi vecchi. Sono, invece, della mia stessa generazione, pure con qualche anno di meno. Incontro un volto che sembra avere qualcosa di familiare ma non mi ci soffermo più di tanto. A un certo punto mi sento battere sulla spalla: “ma tu stavi alliceo…? ”. Il volto di prima. Sì, stavo in quel liceo, e pure tu, ora che ti guardo bene.Capitano queste cose quando cresci e vivi nel quartiere in cui sei nato (anche se un quartiere, qui a Roma, è grande quanto Torino)Capita di incontrare qualcuno che veniva a scuola tua, magari al piano di sotto, o di sopra, che da allora non hai più vistoHo cominciato a distrarmi dalla conversazione e sono entrato in una macchina del tempo. Gli scioperi, la campanella, i voti, gli zaini, le assemblee. E poi i bagni. Sì, i bagni della scuola. Il luogo più libero dell’istituzione scolastica. Perché lì si parlava, si fumava, si passavano le versioni, si evitavano e, a volte, si preparavano le interrogazioniinsomma si faceva tutto tranne che utilizzare i servizi. Si cazzeggiava e si sognava. Ho pensato a tutto questo in pochi secondi e non ho ascoltato molto il mio ex compagno di scuolaHa un paio di anni meno di mequesto l’ho capitoed era un soggetto, questo lo ricordo. Soggetto, per chi non è stato adolescente, a Roma, negli anni ’80, è un termine ampio, difficile da spiegare. Vuol dire un tipo poco alla moda, ai margini, per nulla ambito dalle donne, certamente timido e imbranato. Soggetti erano la maggiore parte degli adolescenti. Soggetto ero anche io. Che poi un’anima soggetta,  in realtà, c’è in tutti, anche in quelli considerati fichi.

Chissà che idea si è fatto di me il mio ex compagno di scuola in questi pochi minuti di cui non resta molto, a parte un biglietto da visita che non userò. 

Ora l’animatore, perché nelle feste di oggi ci sono gli animatori, mette una canzonedi quelle che si sentivano nelle mie feste, quelle in cui, se non conoscevo nessuno, nessuno mi parlava. Come ora. Però c’è mio figlio. Mio figlio conosce tutti e, anche quando non conosce, parla con tutti. I bimbi cominciano a correre e ballareNoi mica ballavamo a otto anni. Non c’era nessuno che nel 1977quando io avevo ottoanni, per l’appunto, ci mettesse, che so, I Watussi, e ci facesse fare un ballo di gruppo, come ora stanno facendo loro con YMCA dei Village People. 

Io ho ballato ad una festa, per la prima volta, nella piena adolescenza, forseAvevo bevuto, sicuro. Loro, invece, ballano, ridono e si divertono. Se sei un bambino così, sarai un giovane e poi un adulto migliore. Migliore di noi, intendo. Mentre corronoed io li guardo, ammirato e nostalgico, penso a cosa potrei dire loro, a cosa potrei trasmettere. Una cosa che restiIn fondo sono io l’adulto, quello maturo, che ha esperienza. Tutto ciò che sin qui è stato, in cosa si può condensare, cosa ha significato? Non so. Davvero, non so cosa potrei dire loro. Ecco, forse una cosa mi sentirei dire. Di provare a capire chi sono e cosa vogliono e di impegnarsi in questa ricerca con tutte le loro forzeQuesto solo. Anche perché quanto al resto, in fondo, meno si capisce e meglio è.





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