·Ritorno a scuola·

Colloqui a scuola di mia figlia. Nel mio stesso liceo.

Io ero nella sezione F. Lei invece è nella D e fa il quinto ginnasio. Solo che ora lo chiamano secondo liceo. Me lo devo ricordare. 

I colloqui sono al primo piano. 

Conto le persone. Io sono il nono. Si prevede una lunga attesa. Aspetto. Guardo il cellulare, è quasi scarico. Aspetto. Non so che fare. Aspetto. Mi rompo. Decido di andare a cercare una presa per il telefono. Nei corridoi non ce ne sono. Le intravedo nelle aule, dove però sono in svolgimento i colloqui e non è il caso di introdursi brandendo il caricabatterie, come un adolescente in crisi di astinenza da smartphone

Salgo al secondo piano. Colloqui anche qui. E pure qui niente prese nei corridoi. 

Decido di affacciarmi al terzo piano. Il terzo era il mio piano. Porta del corridoio chiusa. Mannaggia. Provo e… si apre. Lo scrigno della memoria. Vuoto e silenzioso. Raggiungo quella che, secondo il mio ricordo, è stata la classe dell’ultimo anno. L’aula di fronte al bagno “dei maschi”. Entro e faccio una prova, sedendomi al mio banco: il terzo della fila centrale. Mi guardo intorno. Dirigo lo sguardo verso ciò che più ho esaminato durante le ore di lezione: la finestra. Grande e assolata, con affaccio sui mitici campi Canuti. Almeno loro non sono cambiati per nulla. Uno spazio verde, esteso, che si fa largo tra uno stradone e una fila di palazzi. Una via di fuga. Un passaggio verso la libertà. 

Mi calo talmente tanto nella situazione, che mi viene da chiedere il permesso di andare in bagno. Ricordo come si faceva. Ci si alzava e si andava verso la cattedra, indicando un punto indistinto fuori dall’aula. Il professore, senza interrompere l’attività in corso, con un cenno del capo assentiva. Qualche volta accompagnava l’autorizzazione con un gesto della mano, come a dire: “Vai e per quanto mi riguarda potresti anche non tornare”. Qualche volta il non detto veniva ascoltato ed eseguito. 

Mi alzo, dunque, chiedo e ricevo un ideale permesso e vado in bagno. 

Non ci sono più i vespasiani. Perché? Forse non sono abbastanza igienici? 

Leggo le scritte. Sesso e politica. Un po’ di calcio. Un tutto come sempre che rassicura.

Mi viene in mente quella mattina in cui, grazie alla mano di un estroso e goliardico compagno di scuola, rimasto anonimo, proprio sopra ai vespasiani comparve un disegno bucolico: dolci colline, prati, alberi e fiorellini, il cielo azzurro, sole e nuvolette; al centro del disegno, la scritta che rappresentava, al tempo stesso, il titolo dell’opera e un invito rivolto all’osservatore: “Piscia con amore”. Una filosofia di vita.

Se chiudo gli occhi, mi sembra di leggerla ancora, davanti a me.

All’improvviso, come al suono della campanella, mi ricordo del perché mi trovo lì. 

Il colloquio con il professore!

Cavolo! Mentre esco dal bagno e mi precipito per le scale, mi sembra davvero di essere tornato indietro di 30 anni. E’ come se qualcuno mi avesse svegliato. I miei genitori, per esempio. “Marco, ancora così? E’ tardissimo!”. Sono in ritardo e sto correndo. A scuola. Verso un’interrogazione, un compito in classe, qualche volta un desiderio. In ritardo. Come sempre. Presente e passato si confondono. Non ho nemmeno caricato il cellulare! Non fa niente, che ci devi fare con il cellulare a scuola? Scendo, mi faccio largo, urto, chiedo scusa. Eccomi. “Proprio in quel momento, esce la persona che era a colloquio e pare proprio che tocchi a me. Arrivo davanti al professore con ancora il fiatone. Mi siedo. 

“Buona sera, lei è?”.

Sono Marco, della sezione F. Mia figlia invece è nella sezione D e fa il quinto ginnasio. Però voi ora lo chiamate secondo liceo.  

Ha visto professore che ho studiato?




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