·Risvegli·

Dopo due mesi, questa settimana, sono uscito di casa, la mattina, per andare in ufficio. 

Un tentativo di normalità. Desiderata, cercata. Ancora distante, però.

Poche le macchine in strada. Poche anche le persone. Nel percorso, una sensazione simile a quella raccontata da Enrico Ruggeri ne “Il mare d’inverno”. I “manifesti  già sbiaditi di pubblicità” raccontato un tempo che si è dovuto fermare all’improvviso. L’imminente e festosa uscita del nuovo film di Verdone, programmata per il 28 febbraio. Uno spettacolo teatrale, il 5 marzo. Dal primo aprile, poi, Salemme, al Sistina. Un campionario simbolico di ciò che sarebbe potuto essere, di cosa avremmo potuto fare, di quello che abbiamo perso. 

Le vetrine nei negozi di abbigliamento immortalano gli ultimi scampoli d’inverno: sciarpe, maglioni, cappotti. Ci siamo persi marzo, con i famosi giardini cantati da Battisti. Il primo sole che ti porta al mare, o in campagna, o dovunque tu voglia andare per allontanarti dai luoghi consueti. 

E’ come se ci stessimo risvegliando da un coma durato due mesi. 

I luoghi sono gli stessi, eppure, senza i segni cui siamo abituati, danno una visuale diversa. Una scenografia muta e spoglia. Senza attori. Senza il traffico, la folla, l’isteria, coprotagonisti delle nostre giornate. 

Parcheggio a un passo dall’ufficio, dove, in genere, si trova posto per un fugace quarto d’ora, ai primi chiarori dell’alba.

E’ passato pure aprile. E nemmeno ce ne siamo accorti. Le fragole, sì, e le nespole. Loro ci hanno avvertito: guardate che sotto questo cielo, e sopra questa terra, la natura segue il suo corso. Veglia, avverte, consola. 

Arrivo nei pressi del palazzo dove lavoro e, esattamente come nella canzone di Ruggeri, mi ritrovo “qui solo, a cercare un caffè”, senza trovarlo.

Salgo su, a piedi per evitare l’ascensore. Incontro pochissime persone. Il lavoro terziario si è delocalizzato. Arrivo in stanza. Mi affaccio e vista da qui, da un piano alto nel centro di Roma, finalmente la città sembra la stessa. Perché da quassù si scorgono i contorni, i volumi, gli spazi. Immoti. 

La città eterna, si dice. Mai come adesso mi sembra che sia proprio così.

E’ arrivato maggio. Con i suoi fiori, i pollini, le ciliegie. 

La natura, forse, ci salverà. La nostra grande mamma, che spesso ci perdona. Anche quando la trascuriamo. E’ pronta ad accoglierci di nuovo.

Le spiagge vuote, il mare pulito, gli spazi sconfinati. Stanno lì, davanti a noi.

Chissà, forse qualcosa abbiamo imparato. 

Chissà, forse, alla fine di tutto questo, potremmo persino essere migliori. 

Normali.

Di nuovo vicini, però. 

Per favore. 




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