·Rigopiano, un carcere di neve·

E’ un atto di accusa l’opposizione all’archiviazione sull’inchiesta di Rigopiano presentato dal Comune di Farindola. Settanta pagine in cui si trovano inadeguatezze, buchi neri, misteri di un’indagine che dopo due anni si ritrova costretta a tornare a capo di molte cose.

Anche Farindola è “persona offesa” nella tragedia di Rigopiano, scrive l’avvocato Francesco Trapella, perché se ci fosse stata la carta delle valanghe la storia di Rigopiano avrebbe avuto un altro finale, perché c’erano doveri di gestione dell’emergenza che facevano capo tutti alla Regione. E senza ombra di dubbio. 

Ma ecco la prova che se ci fosse stata la Carta valanghe, non ci sarebbero stati probabilmente i 29 morti: la società incaricata di realizzare la Carta dopo la tragedia di Rigopiano, a distanza di appena un anno dall’aggiudicazione della gara, ha inviato ai Comuni un report dal quale risulta che quei Comuni sono “in stato di pericolo valanga”. Tra quei Comuni c’è Rigopiano, naturalmente. 

“Prova provata, se ce ne fosse ancora bisogno, che se la carta valanghe fosse iniziata nel 2014, appena un anno dopo dall’aggiudicazione della gara…”,

la tragedia di Rigopiano forse non si sarebbe verificata.

La Carta doveva essere approvata, non c’è storia. 

Perché era stato molti anni prima l’assessore alla Protezione civile Gianfranco Giuliante ad avviare con dovizia, con impegno, la Carta delle valanghe, ed è stato poi Luciano D’Alfonso, sottolinea Trapella, ad interrompere bruscamente quel percorso. Con lui la Carta sparisce dalla programmazione finanziaria, e sparisce tra il 23  e il 29 luglio 2014, nonostante fosse stato illustrato dai dirigenti proprio al governatore “l’esistenza di un ben preciso rischio a carico delle vite umane in mancanza di caratterizzazione del territorio abruzzese mediante la carta valanghe”. E non c’è distinzione che tenga, secondo il legale del Comune di Farindola, tra dirigenti e politici, così come ha fatto la procura nel suo decreto di archiviazione: “La Protezione civile regionale era oggetto di particolarissimo interesse da parte di D’Alfonso, a tal punto che “nessuno doveva metterci becco”.

 Così come hanno riferito negli interrogatori l’ex direttore generale Cristina Gerardis e il direttore di dipartimento Giovanni Savini. Il principio di separazione tra politica e amministrazione, spiegò la  Gerardis, “veniva quotidianamente negato dallo stesso D’Alfonso”, perché tutto passava attraverso le sue decisioni. Tra l’altro la Protezione civile, secondo la legge regionale, “opera con autonomia nell’ambito delle direttive impartite dal presidente” e la politica, cioè il presidente, esercita la vigilanza sull’operato dei dirigenti.

La Gerardis con D’Alfonso

Non solo: è D’Alfonso secondo l’avvocato, che ignora il grido di allarme del sindaco di Farindola: “Alle ore 15:30 del 18 gennaio 2017 il presidente D’Alfonso si trova al Core, e benché abbia ricevuto la drammatica richiesta del sindaco 12 ore prima e, per di più, se la sia vista ripetere dallo stesso sindaco appena due ore prima del Core stesso, nulla si dice sul punto durante questa riunione”. Insomma secondo l’avvocato Trapella si percepisce “l’assoluta e grave l’infondatezza della richiesta di archiviazione presentata dalla procura di Pescara nei confronti di Luciano D’alfonso e Silvio Liberatore”.

Inoltre il legale contesta l’assunto da cui è partita la procura per spiegare l’archiviazione, e cioè che si sia chiesto il processo solo per  gli indagati nei confronti dei quali si erano raccolte prove certe: no, spiega Trapella, fior di sentenze stabiliscono che “in casi dubbi l’azione penale va esercitata e non omessa” e soprattutto “a decidere sull’accertamento dei fatti, sulla colpevolezza sull’innocenza deve essere un giudice, a ciò chiamato per legge in nome del popolo italiano, e non certo il pm, per il quale la Costituzione staglia il ben diverso dovere di indagare prima, e di esercitare l’azione penale poi”. Soprattutto se si tratta di un processo in cui sono morte 29 persone.

Giovanni Savini

C’è un altro aspetto che richiama l’attenzione degli avvocati del Comune: non è vero, non è scritto in nessuna legge, così come motiva la procura nel decreto di archiviazione per D’Alfonso, che la Carta valanghe dovesse essere predisposta “per lotti”. Un tale criterio viene indicato soltanto nella memoria difensiva dell’ex governatore. E i soldi per la carta valanghe non è vero che non c’erano e che sarebbe stato difficile reperirli: bastava inserirla nel Masterplan, che come ha sottolineato la Gerardis, doveva tra l’altro contemplare, per espressa richiesta del ministro, interventi di prevenzione. 

Buchi nelle  indagini, misteri: come i mesi che trascorrono tra la richiesta delle mail tra l’ex presidente e i dirigenti regionali in occasione della programmazione finanziaria per l’anno successivo: il 7 giugno 2017 la procura ordina alla Regione l’esibizione delle mail, il 12 viene nominato un perito che più tardi e in varie occasioni segnala di non poter concludere il lavoro perché le mail non venivano consegnate. Insomma, passeranno quattro mesi senza che nessuno solleciti il materiale probatorio, materiale che oggi secondo l’avvocato “è stato acquisito senza la benché minima osservanza delle cautele proprie delle investigazioni, senza esecuzione coattiva, che cristallizzi la res all’atto dell’apprensione, e per di più dopo ben quattro mesi, durante i quali è stata possibile qualsiasi alterazione del materiale probatorio”. Mai successo prima. E il legale conclude scrivendo che proprio su queste mail “la procura esercita le proprie considerazioni di piena discolpa di D’Alfonso”.

Tanti, troppi vuoti di indagine, scrive Trapella, “molti i temi di prova inesplorati e le prove non acquisite, molte persino a rischio di dispersione”. La Regione doveva approntare i piani di emergenza, doveva fare la Carta valanghe, doveva convocare il Core prima, molto prima del 18 gennaio. E non doveva ignorare le richieste di aiuto del sindaco di Farindola. Tutti sapevano, almeno dal giorno precedente la tragedia, la situazione di emergenza del territorio di Farindola, e sarebbe bastato dirottare una turbina, tra le tre impegnate il 17 e il 18 a Caramanico-Passo Lanciano-Roccacaramanico per assicurare la viabilità e liberare il Comune.

Ma le turbine vennero usate altrove, e “Farindola rimaneva isolato con tutte le sue contrade, compresa Rigopiano, trasformata in un carcere di neve da cui sarebbe stato impossibile fuggire”.

Gli avvocati del Comune di Farindola chiedono adesso l’acquisizione di tutte le intercettazioni di quei giorni, dei tabulati di D’Alfonso, Claudio Ruffini, Mazzocca, Provolo, del presidente della Provincia Di Marco e dei dirigenti, e il sequestro all’Anas dei fogli lavoro degli autisti delle turbine in quei giorni tragici.

ps: e poi, forse solo poi, avremo un altro pezzo di verità sulla tragedia di Rigopiano. E pensare che sono già passati due anni.





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