·Rigopiano, Muriana scrive ai familiari delle vittime·

C’è una lettera dell’ex capo della Mobile di Pescara Pierfrancesco Muriana (foto) indirizzata a Gianluca Tanda, il rappresentante dei familiari delle vittime di Rigopiano. E’ una lettera che contiene una sfumatura importante, che dimostra che la denuncia presentata dal dirigente di polizia nei confronti del Corpo Forestale, non è l’iniziativa del don Chisciotte di turno ma una mossa ponderata, condivisa col capo della Procura. Una lettera che contiene aggettivi precisi e pesanti, come quelli riferiti alla vicenda giudiziaria di Rigopiano, “disgustose e assurde vicende che voi siete costretti a vivere”, scrive. Leggete.

“Gentile Signor Gianluca Tanda,

Con queste mie poche righe voglio innanzitutto chiedere scusa, come uomo delle istituzioni, per le disgustose ed assurde vicende che voi, familiari delle vittime di Rigopiano, siete da tempo costretti a vivere, in preda ad un comprensibile e crescente sgomento.

In attesa da quasi tre anni di giustizia, ma soprattutto di verità, state invece assistendo a quella che, ai vostri occhi e di quelli di tutta la comunità, appare come una lotta invereconda. Una lotta tra pezzi dello Stato che, anziché profondere le loro energie nella ricerca dei veri motivi per i quali, anche in occasione del prossimo Natale, non vi sarà consentito di abbracciare i vostri cari come un tempo usavate, sembrano impegnati a infangarsi a vicenda e a rimpallarsi responsabilità, se non addirittura a nascondere parti di verità.

Sono vincolato al segreto di indagine e, pertanto, impossibilitato in questa fase a rivelare il contenuto della segnalazione di reato, da me recentemente inoltrata alla Procura di Pescara, che in questi giorni è oggetto di una infamante campagna denigratoria.

Sento il dovere di comunicarvi, tuttavia, che essa è stata il frutto di un preliminare incontro con il Procuratore Capo di Pescara, il dr. Massimiliano Serpi, magistrato integerrimo e capace, a cui ho dapprima esposto i delicati elementi di prova da me raccolti, e dal quale ho ricevuto poi precise indicazioni sul da farsi.

Arriverà il giorno in cui i miei atti di indagine saranno offerti al giudizio di tutti, nella più totale trasparenza. E saranno loro, prima ancora della mia voce, a scandire la verità storica dei fatti, quella che non potrà essere alterata da un racconto partigiano.

Desidero inoltre aggiungere che in quello scritto non ho relazionato “contro”, non essendo io lo strumento di nessuno, ma solo “a favore”. A favore della verità che sembra tardare ad arrivare, ma che dovrà obbligatoriamente essere tributata alla memoria dei vostri ventinove cari che, solo così, potranno finalmente riposare in pace.

La prego di non rendere pubblica questa mia missiva, ma di estenderne copia a tutti i familiari delle vittime, che Lei sta rappresentando con estrema dignità ed encomiabile passione. Anche al Signor Alessio Feniello, che oggi mi addita come persona animata da loschi intenti e in combutta con non meglio precisati personaggi. La sua è la comprensibile rabbia di un padre che ha perso un figlio in circostanze tragiche, al quale qualcuno sta probabilmente propalando una narrazione distorta dei fatti. Se ciò sta avvenendo per un cinico calcolo, quel qualcuno sarà chiamato a risponderne davanti alla giustizia di Dio e a quella degli uomini.

Con profonda stima”.

Il procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi

Ma cosa è successo in questi  ultimi tempi per indurre Muriana  a scrivere questa lettera? Vale la pena fare un passo indietro.

Falso ideologico e materiale: ecco le accuse contestate a tre carabinieri forestali Annamaria Angelozzi, Carmen Marinacci e Michele Brunozzi sulla telefonata fantasma del cameriere Gabriele D’Angelo sulla base di una denuncia fatta dall’ex capo della Mobile Muriana. Uno scontro senza precedenti tra organismi di polizia giudiziaria: Muriana racconta agli avvocati Cristiana Valentini e Massimo Manieri che l’annotazione dell’agente Crosta allegata all’informativa dei Forestali del 12 novembre 2018 “è mancante del timbro di protocollo che è apposto sull’originale dell’atto”. L’annotazione si riferisce alla telefonata che venne fatta da D’Angelo al Coc di Penne cinque ore prima della valanga per chiedere l’evacuazione dell’albergo.  Il dirigente della Mobile sostiene che l’annotazione di quella telefonata, riemersa dai meandri dell’inchiesta a distanza di 18 mesi dalla tragedia di Rigopiano, e ricomparsa quindi senza il protocollo, tendeva a nascondere i ritardi dei Forestali nell’informare la procura. Circostanza smentita dagli interessati, che negano addirittura l’esistenza della telefonata e si muovono per denunciare per calunnia il loro accusatore.

Fatti gravissimi, che mettono un pesante macigno sugli inquirenti e danno consistenza al sospetto di un depistaggio agevolato.

A rendere ancora più grave la situazione, la notizia di ieri di un altro carabiniere indagato per la gestione delle telefonate di D’Angelo, e’ il quarto fino a questo momento: il tenente colonnello Massimiliano Di Pietro, all’epoca alla guida del nucleo investigativo del comando provinciale di Pescara.

Un’inchiesta sempre più ingarbugliata. E nel frattempo sono passati tre anni senza che emerga neppure un pezzo di verità.




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