·Rigopiano, indagati tre governatori·

Raffica di avvisi di garanzia per la strage di Rigopiano. Per la valanga del 18 gennaio 2017 che travolse il resort uccidendo 29 persone, sono indagati tre presidenti di Regione, Luciano D’Alfonso, Gianni Chiodi e Ottaviano Del Turco, tutti gli assessori alla Protezione civile delle ultime tre giunte (Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Tommaso Ginoble) compreso Mario Mazzocca e vari dirigenti regionali.

Le accuse della procura di Pescara vanno dal concorso in omicidio colposo, alle lesioni colpose e al disastro colposo. Nell’elenco degli indagati firmato dal procuratore Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, c’è anche l’attuale sottosegretario alla Protezione civile Mario Mazzocca, alcuni ex assessori e i dirigenti regionali  degli ultimi anni. Tutto ruota intorno alla mancata redazione della Carta valanghe, una lunga serie di omissioni elencate con lucida determinazione dagli avvocati del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, che all’inizio del mese di marzo scorso hanno presentato una denuncia contro il governatore Luciano D’Alfonso. 

Mario Mazzocca

Una serie interminabile di rinvii e omissioni: la Carta valanghe doveva essere completata già nel 2006 ma fino a oggi non ha fatto un passo avanti. L’iter si mette in moto purtroppo soltanto dopo la tragedia di Rigopiano.  Nel 2014 l’ex governatore Chiodi fece una delibera che però si perse per strada. Ma già nel 1993 il Coreneva, il comitato regionale neve e valanghe, aveva sollecitato la realizzazione della Carta, e dopo 25 anni e una tragedia che ha causato la morte di 29 persone e il ferimento gravissimo di altre, è ancora a carissimo amico.

Gianni Chiodi

Ottaviano Del Turco

Tanti sequestri negli uffici della Regione sono serviti a ricostruire la storia di questa Carta. Ma anche i dirigenti regionali, interrogati in questi mesi, hanno contribuito al buon esito delle indagini. Gli avvocati di Lacchetta hanno ascoltato persino l’ex segretario del governatore, Claudio Ruffini, in merito alla convocazione del Core, avvenuta con due giorni di ritardo.

Gli avvisi di garanzia, che vengono notificati in queste ore, avevano già raggiunto altri esponenti politici di rilievo come l’ex prefetto di Pescara Provolo, il presidente della Provincia Antonio Di Marco, il sindaco Lacchetta, il direttore dell’hotel, Bruno di Tommaso, il dirigente delegato delle Opere pubbliche Paolo d’Incecco, il geometra comunale Enrico Colangeli e il responsabile della Viabilità provinciale Mauro di Blasio. E ieri pomeriggio D’Alfonso ha convocato una riunione con i suoi fedelissimi per discutere di Rigopiano: per la Regione è l’ennesimo scossone giudiziario, che potrebbe portare ad altri clamorosi sviluppi. Un’inchiesta che era già nell’aria da parecchio tempo: in periodo di campagna elettorale il governatore aveva rifiutato di farsi interrogare dagli avvocati di Lacchetta.

Sabatino Belmaggio

E l’accelerazione all’inchiesta è arrivata proprio grazie a loro, alla denuncia degli avvocati di Ilario Lacchetta, il sindaco di Farindola: Cristiana Valentini, Goffredo Tatozzi e Massimo Manieri hanno presentato una denuncia contro il presidente-senatore Luciano D’Alfonso: su di lui peserebbero le responsabilità più gravi secondo i tre avvocati. Pesantissime omissioni:

“Interi procedimenti amministrativi, già avviati, dedicati alla prevenzione e alla salvezza degli abitanti della Regione – si legge nella denuncia – furono bloccati a partire dal 2014. Una gestione dell’emergenza che risulta sconvolgente per mancanza di organizzazione e di rispetto delle procedure operative imposte dalla legge”.

La Regione sapeva quindi dei gravissimi rischi che correva ma non ha fatto nulla. L’immagine che emerge dalle prove, secondo gli avvocati Valentini, Tatozzi e Manieri, è quella di una pesante mala gestione della Protezione civile della Regione Abruzzo. Mala gestione, proprio così: non solo perché i procedimenti per la prevenzione furono bloccati, ma soprattutto perché non fu mai completata la pianificazione multirischio approvata con Dgr 793/2013, non fu realizzata la mappatura di previsione delle valanghe ordinata con altra delibera e inoltre non furono aggiornati i piani di emergenza comunali, come non fu mai realizzato il doveroso piano di emergenza regionale, il cosiddetto multirischio. Tutte opere già previste e organizzate fino al blocco intervenuto a partire dal 2014. Cosa ha fatto D’Alfonso, o meglio cosa non ha fatto? La Regione, è questo il dato più desolante e drammatico,

“possedeva la cognizione esatta attestata ufficialmente dell’esistenza del rischio valanghe, dei suoi enormi costi in termini di possibili danni a persone e cose”.

Cristiana Valentini e Massimo Manieri

Cioè, sapeva ma non se n’è preoccupata, meglio i Masterplan e meglio finanziare strade e funivie. In pratica, sostengono gli avvocati nella loro denuncia, quando l’emergenza purtroppo arriva con la valanga che travolge l’hotel Rigopiano, “il quadro delle omissioni peggiora”: il Core (comitato operativo regionale) si riunisce solo al termine del terzo giorno di caos, alle 15:30 del 18 gennaio 2017, ed è in seduta quando avviene la tragedia ma si scioglie senza esserne al corrente. Sempre il Core viene convocato con minimo due giorni di ritardo. Due giorni che sarebbero stati preziosi per coordinare  mezzi e uomini ovvero l’emergenza neve e lo sgombero delle strade. Sono tante le telefonate intercettate in cui si parla del Core, di cosa avrebbe dovuto fare e come, di cosa non ha fatto, sottolineano i tre legali. Il responsabile della sala operativa regionale Silvio Liberatore la mattina del 18 gennaio freneticamente segnala al presidente l’urgenza di convocare il Core, data la gravità dell’emergenza in atto e conclude, agitatissimo:

“Qua dobbiamo fare un tavolo perché sennò ci scappa il morto”.

Un tavolo, il Core appunto, che avrebbe dovuto essere convocato almeno due giorni prima, quando la sala operativa regionale era già entrata in fase cosiddetta S3, cioè stato di unità di crisi regionale.

Insomma, secondo i tre avvocati, il presidente D’Alfonso,

“in quelle ore drammatiche, anziché dirigere e coordinare l’opera di soccorso, in costante contatto con la sala operativa regionale, come avrebbe dovuto fare ex lege, si trovava fuori Abruzzo, si organizzava per l’open day, tartassava l’Enel di telefonate del tutto inutili, preannunciava risarcimenti, pubblicava notizie Ansa o segnalazioni di servizi Tua, pubblicava i santi del giorno, colloquiava con i cittadini, realizzando una Protezione civile molto social, ma tutt’altro che efficiente e tutt’altro che tecnicamente condotta”.

Sono le frasi intercettate, secondo il pool di avvocati, che delineano la gravità, l’imprudenza e l’imperizia che hanno caratterizzato la condotta del presidente della Regione Abruzzo nell’emergenza dei giorni dal 16 al 18 gennaio 2017.

E adesso, soltanto adesso, i primi avvisi di garanzia.





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