·Rigopiano, il grande depistaggio·

Sviarono le indagini su Rigopiano: sette avvisi di garanzia per il reato di frode in processo penale e depistaggio sono stati firmati dalla procura della Repubblica di Pescara nei confronti dell’ex prefetto Francesco Provolo e altri sei. In pratica i sette indagati sono accusati di aver occultato il brogliaccio delle telefonate del 18 gennaio 2017 alla squadra mobile di Pescara per nascondere la chiamata fatta alle 11:38 dal cameriere dell’hotel Gabriele D’Angelo al centro coordinamento dei soccorsi. Una storia zeppa di punti oscuri. 

Ma questo è solo uno dei tanti misteri dell’inchiesta sui 29 morti sotto la valanga.  Un mese fa, il 22 novembre, quasi a due anni di distanza dalla tragedia, il comandante della guardia forestale di Pescara Annamaria Angelozzi ha inviato una mail al comitato delle vittime di Rigopiano per chiedere “i numeri di cellulare delle 29 vittime in uso nel giorno della tragedia”, “al fine di completare gli accertamenti delegati dalla procura”. Una richiesta che rivela come siano passati inutilmente 23 mesi senza che questa verifica sia stata mai fatta: lì’ in quei tabulati ci potrebbero essere altre richieste di soccorso, altri messaggi utili a ricostruire la dinamica della tragedia. Ma nessuno finora ci aveva ancora pensato.

Lo stesso accade per la telefonata del cameriere dell’hotel Rigopiano, per la quale ieri sono stati firmati gli avvisi di garanzia. Ora, solo ora, piano piano, qualche nodo comincia a venire al pettine. I fatti raccontano che il 27 gennaio del 2017, nove giorni dopo la tragedia, la squadra mobile di Pescara trasmette alla procura delle repubblica un’annotazione  dell’agente della polizia di stato Clementino Crosta, che riferisce che il 25 gennaio, mentre era in servizio al Coc di Penne aveva potuto notare che alla pagina 32 del registro chiamate ricevute viene annotato senza alcun riferimento all’orario di registrazione: “D’Angelo Gabriele hotel Rigopiano evacuazione”. Secondo l’informativa della Forestale, l’agente Crosta aveva riferito che non era riuscito ad individuare l’operatore che aveva eseguito tale annotazione, e di avere acquisito oltre alla pagina 32 del registro, priva di riferimenti temporali, anche la pagina 29, in quanto su quest’ultima erano annotati gli orari delle segnalazioni ricevute l’ultima segnalazione risaliva alle ore 9:44.

Questa notizia viene mandata dalla squadra mobile alla procura di Pescara quindi il 27 maggio 2017 ma non viene inserita negli atti dell’inchiesta e alla fine solo il 6 novembre 2018, dopo 23 mesi e dopo la richiesta di un avvocato (che aveva sentito la notizia della telefonata di D’Angelo in un servizio di Ezio  Cerasi al Tg3 dello stesso 6 novembre), viene fatta “una nuova analisi del rapporto di estrazione dei dati del cellulare marca Huawei in uso alla vittima Gabriele D’Angelo già eseguito dal Ris di Roma successivamente analizzato dal Nucleo investigativo Cc di Pescara”. Un mistero.

Ora quindi tra gli indagati per questo aspetto dell’inchiesta,  c’è l’ex prefetto Francesco Provolo e due viceprefetti distaccati Salvatore Angieri e Sergio Mazzia. Con loro i dirigenti Ida De Cesaris, Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva, balzata al disonore delle cronache per la telefonata nella quale dichiarava “la mamma degli imbecilli è sempre incinta” in cui diceva al carabiniere che l’intervento su Rigopiano era stato fatto già nella mattinata riferendosi proprio alla telefonata di Gabriele D’Angelo che aveva chiesto l’evacuazione dell’albergo, già isolato dalla neve, dopo le prime scosse di terremoto. 

Provolo con l’ex presidente della Provincia Di Marco

Insomma, adesso dallo smartphone di D’Angelo stanno emergendo particolari raccapriccianti. Alle 11:21 tra D’Angelo e Roberto Valentini responsabile della Croce Rossa di Penne, c’è una telefonata che viene annotata da Andrea Sgambato sul brogliaccio con queste tre parole: “Hotel Rigopiano evacuazione”. C’è qualcosa che non torna però perché Sgambato riferisce agli inquirenti che D’Angelo quella mattina chiamò anche lui per chiedere aiuto e che subito informò Antonio Baldacchini, responsabile del Coc di Penne, che aveva sede presso la Cri. Baldacchini invece si limita a dichiarare: “Non sono stato reso edotto di quanto riportato sul registro e null’altro posso riferire in merito”. È stata la famiglia D’Angelo a chiedere di vederci più chiaro e di acquisire il foglio delle presenze, per poter ascoltare tutto il personale che si trovava in servizio al Coc. Quella telefonata quindi se fosse stata registrata avrebbe potuto cambiare gli esiti della tragedia di rigo piano.

A mettere gli investigatori sulla traccia giusta c’è, agli atti della prima indagine, una telefonata tra i carabinieri e la Prefettura delle ore 18,09 del 18 gennaio 2017, quindi almeno un’ora e venti dopo la valanga.

Il carabiniere di servizio racconta di aver ricevuto una telefonata di Quintino Marcella, il proprietario del ristorante di Silvi dove lavorava Giampiero Parete, scampato alla tragedia con la famiglia: il ristoratore aveva saputo della valanga proprio da Parete

“Ho preso una telefonata adesso da un signore – dice il carabiniere – di un certo Marcella Quintino. Questo qua mi ha detto che un cuoco di sua conoscenza che sta all’Hotel Rigopiano…”, al che la dirigente Acquaviva lo interrompe per dirgli che “l’Hotel Rigopiano è già stato fatto questa mattina. C’erano dei problemi. Sono stati raggiunti e sta tutto a posto”.

L’operatore del 112 di Pescara a quel punto chiede cosa sia stato fatto, perché a lui Marcella avrebbe detto che “è crollato l’Hotel”. “Eh, si questa mattina”, è la risposta della Acquaviva, e il carabiniere all’oscuro di tutto ribatte: “Ah, ma sto deficiente mi ha fatto spaventare. Mi ha detto guardi mi ha detto è crollato l’Hotel Rigopiano e che ci sono delle persone dentro”.

La funzionaria della Prefettura lo tranquillizza ancora: “Ma no l’intervento sull’Hotel Rigopiano l’hanno fatto questa mattina”. Lo scambio di battute tra Prefettura e Carabinieri di fatto culmina con un’intercettazione ambientale registrata durante la telefonata nella quale la Acquaviva si rivolge ad una terza persona che si trova con lei e le chiede: “…scusa l’Hotel Rigopiano è stato fatto questa mattina l’intervento no? …ai Carabinieri ha telefonato uno dicendo è crollato l’Hotel Rigopiano con dentro la gente ma…”.

Una voce maschile nella intercettazione ambientale dice: “Ma che stiamo scherzando”. E una voce di donna: “ma non è vero”. Una voce maschile in ambientale si aggiunge: “è uscito fuori che era uno scherzo…”.

L’operatore del 112 a quel punto tira un sospiro di sollievo: ”Ah addirittura è uscito fuori che era uno scherzo” si sente sempre nell’ambientale della telefonata. Altre voci di sottofondo della sala operativa della Prefettura dicono ”Ho parlato pure io con un uno di Rigopiano… dice che siccome ci sono problemi con le linee telefoniche… scusa contattate là. Eh no io credo sia tutta una montatura”.

Insomma, adesso la procura dovrà capire come mai di questa telefonata non c’è traccia nei brogliacci e quindi nell’inchiesta. E perché l’indagine è stata sviata. Da chi, e per coprire chi. 

Durissimo il commento dei familiari delle vittime:

“I sette avvisi di garanzia sono l’ulteriore dimostrazione che chi doveva proteggere, ovvero un apparato preposto a ciò, ha fallito. Non pensavano che la Prefettura potesse arrivare a tanto. Quello che è stato fatto è peggio del reato commesso e dimostra che gli indagati erano consapevoli di aver sbagliato”.

Così Gianluca Tanda, portavoce del Comitato familiari vittime Rigopiano, sull’ultimo filone di indagine aperto dalla procura di Pescara sulla tragedia dell’hotel.

“Noi familiari – sottolinea Tanda – siamo stati sempre convinti che dall’albergo fossero partite richieste d’aiuto e con Gabriele D’Angelo ne abbiamo avuto la certezza. Abbiamo dato una mano agli investigatori a scoprire la verità e ora vogliamo che accertamenti vengano fatti anche sui telefoni delle altre vittime. Siamo certi che ci siano state varie richieste di soccorso, che altri abbiano chiamato. In questo momento, vogliamo rivolgere l’ennesimo appello a chi sa a dire la verità. Deve comunicarla a noi e soprattutto agli inquirenti. Bisogna scoprire la verità perché solo così i nostri angeli potranno avere giustizia”.

Gianluca Tanda

“Sono sempre più disgustato da quello che emergendo sul dopo-Rigopiano” – commenta Giampaolo Matrone, uno dei superstiti del disastro del resort sepolto dalla valanga, nel quale però ha perso la moglie Valentina ed è rimasto gravemente menomato -Il prefetto rappresenta lo Stato sul territorio – aggiunge il pasticciere di Monterotondo, che ricorda con amarezza il colloquio con Provolo – a lui diedi la mano destra menomata per stringere la sua, come si fa tra uomini, sentendomi rispondere di dargli la mano buona: sono stato deriso”.

“Il prefetto – aggiunge Matrone – spiegò che, dopo il mio intervento, come capo dell’ufficio aveva l’obbligo di informare dell’accaduto la Procura della Repubblica, che si trattava di un atto dovuto. Ma quel giorno di Rigopiano? Cos’ha fatto o non ha fatto? Con noi si è giustificato asserendo che aveva fatto tutto il possibile e che le carte lo dimostravano: adesso salta fuori che queste carte sarebbero false, anzi, falsificate. Ma ci rendiamo conto?”.

Provolo – conclude il sopravvissuto – in quel lungo colloquio continua a ripetere il termine onestà e di avere la coscienza pulita. Parole che fanno ribollire di rabbia alla luce di quello che sta saltando fuori. Un altro schiaffo a chi non ce l’ha fatta e ai loro familiari. E ha anche avuto l’ardire di dirmi che se sono vivo è grazie a lui. Non vorrei invece che mia moglie e le altre 28 vittime fossero morte grazie a lui.”.





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