·Rigopiano, così parlò D’Alfonso·

E’ un Luciano D’Alfonso logorroico, che parla a manetta, che colorisce le risposte col suo lessico a tratti incomprensibile, che dice e al tempo stesso si contraddice. Ma soprattutto è un D’Alfonso che esibisce nomi, numeri di ministri, conoscenze e dinamiche ministeriali, che addirittura interrompe il procuratore per chiedere “scusi, posso telefonare in Senato per chiedere come sta andando?” come se fosse il presidente del Consiglio e come se stesse a casa sua e non invece affrontando un interrogatorio come indagato nella strage di Rigopiano (adesso è stato archiviato) e che superando ogni possibile tetto di egocentrismo, arriva addirittura a fare lui una domanda al procuratore sull’inchiesta.

Luciano D’Alfonso

E’ il 28 giugno scorso, e il presidente Luciano D’Alfonso eletto senatore il 4 marzo non si è ancora dimesso dalla Regione Abruzzo. Siede davanti ai procuratori Massimiliano Serpi e Andrea Papalia per essere interrogato sulla tragedia del 18 gennaio 2017: a distanza di cinque mesi la sua posizione è stata archiviata, insieme a quella di altri 14 imputati.

Usa un linguaggio colorito, metafore e battute. Affoga le risposte in una serie di aneddoti, di quelli che in genere si usano per colpire l’interlocutore. Ma soprattutto, è un presidente che scarica tutte le responsabilità sugli altri, sui propri dirigenti, sulla direzione generale, tanto che alle contestazioni risponde con questo refrain:

“…se solo me l’avessero detto…”

Il procuratore capo Massimiliano Serpi

Insomma, l’interrogatorio di D’Alfonso sembra il copione di un film. A volte il procuratore è costretto a riassumere la risposta dell’ex governatore, quasi a suggerirla, ma al solo scopo probabilmente di tradurla in un italiano comprensibile. 

Serpi:

“Guardi, allora io… l’Ufficio del Pubblico Ministero le… sta facendo il suo mestiere e le ha posto una domanda sulla storicità dei fatti, lei mi ha dato una risposta che sto sintetizzando oltre all’aspetto documentale il concetto è… i politici… mi correggo, i tecnici se vogliono qualche cosa non possono rimanere nel generico mi devono dire cosa vogliono di specifico e far una prognosi di costi, solo così io politico la posso prendere in considerazione.

Luciano D’Alfonso:

“Perfetto, perfetto!

“Laureato più volte”, risponde a Serpi che gli chiede quale titolo di studio abbia. Poi si entra nel merito: i ritardi nella redazione della Carta valanghe. Tutto merito suo, risponde Dalfy, che curò l’invio della Carta ai Comuni, tanto che a dicembre 2014 il sottosegretario Mazzocca

“curò accanto agli auguri natalizi la trasmissione del dvd con, diciamo, l’essenzialità cartacea a tutti i Comuni abruzzesi”. 

Gli auguri con la Carta valanghe, quindi. E come mai non furono stanziati i fondi? Qui comincia lo scaricabarile:

“L’approvigionamento finanziario, laddove fosse stato richiesto, naturalmente sarebbe stato assicurato”,

risponde Dalfy che parla di sé come di un presidente “con gli stivali”, che lavora 16 ore al giorno, che appena insediato ha raccolto “i migliori indirizzi dei migliori maestri di diritto amministrativo”, che non è un “ventisettista”, insomma si arrotola in un linguaggio ingarbugliato che in un’altra sede, durante la deposizione davanti al Csm per il caso del giudice Romandini, gli venne rimproverato proprio perché incomprensibile. Invece qui dice che si stava preparando a calare nel bilancio della Regione

“il fabbisogno di strumenti occorrente per continuare le azioni ritenute meritevoli dalle strutture o le azioni ritenute strategiche dalla dimensione politica”

e poi che ha fatto fare

“questo collazionamento, questa sintesi strategica documentale amministrativa di obiettivi dal direttore generale, una figura che ho preteso io di far nascere dentro la Regione”. 

Il pm Andrea Papalia

E qui il tentativo di scaricare le responsabilità si fa insistente:

“Il direttore generale – dice – ha il potere di avocazione, ha una qualificazione giuridica che non trovate in nessun altro ordinamento, ha la responsabilità della realizzazione concludente di piani e programmi. E’ il sindacato delle esigenze”

Insomma, D’Alfonso sostiene che i politici non hanno competenze tecniche (tesi totalmente accolta dalla procura) e sono i tecnici che devono segnalare agli amministratori cosa fare. Poi però aggiunge che scrisse una nota per sollecitare la ricognizione dello stato dell’arte sulla Carta valanghe. 

Il procuratore gli chiede come mai alla fine, dopo la tragedia, i soldi per la Carta valanghe si trovano. E anche qui D’Alfonso scarica sui tecnici, attribuendo all’emotività il cambio di passo.

Serpi:

“Come mai a febbraio si muta atteggiamento e si dice… in estrema sintesi tutto e subito, i soldi si trovano tant’è che di fatto poi si riesce perfino a provvedere con una legge del 30… Regionale, del 30 Agosto 2017, uh…     2017.

Luciano D’Alfonso:

“Allora la domanda andrebbe posta a chi ha fatto la richiesta del totale approvvigionamento finanziario realizzando, con questa scelta, un cambiamento di orientamento, presumo che abbia avuto un grande ruolo la dimensione di emotività che ha posto in essere la vicenda distruttiva di Rigopiano, questo lo presumo, ma sto facendo una valutazione laterale, perché la materia è eminentemente, come emerge per tabulas, è una materia della sfera di competenza del Capo Dipartimento che non a caso per tabulas ha fatto lui la richiesta”.

La riunione del Core del 18 gennaio

Il presidente con gli stivali, “sono abituato a scendere con gli stivali in ogni realtà di complessità”, risponde che se gli avessero chiesto di finanziare un concerto del Cral, il dopolavoro della Regione, “non gli avrei risposto in due ore, gli avrei risposto in due anni con il disinteresse che si deve, poiché mi ha chiesto su questo tema ho risposto con la velocità e la determinazione che mi caratterizzano e mi accompagnano”.

E poi il Core, la tardiva convocazione del comitato regionale fatta tra l’altro in una sede diversa: come mai, gli viene chiesto, non viene convocato prima, quando scoppia l’emergenza neve?

“Io svolgo la mia attività per passione nei confronti dell’obbligo che ho e faccio 16 ore al giorno come risulta da tutti i cartellini dei miei autisti, se avverto il principale problema nella zona che è più vicina ad una delle due sedi di attività della Presidenza io mi sono trattenuto non perché avessi un invito a pranzo con la moglie del Prefetto di Pescara, ma mi sono trattenuto a Pescara per la prossimità ai drammatiche mi venivano segnalati”.

A parte i cartellini degli autisti, per quello che valgono, e il pranzo con la moglie del prefetto, lui ha convocato il Core quando gli hanno detto di farlo, precisa. Il presidente interventista aspettava quindi la richiesta dei funzionari, e se poi lui in quei giorni con l’Abruzzo senza luce e sotterrato sotto la neve va a Roma (il procuratore glielo chiede, come mai), lui risponde che ci va perchè  era vice commissario per la ricostruzione del terremoto, mica perché facevano “una conferenza stampa all’Hilton”, e poi giù un lungo racconto di cosa ha fatto di chi ha incontrato, nomi di ministri presidenti e tutto il cucuzzaro. 

Dopo questo interrogatorio, la posizione di D’Alfonso si avvia verso l’archiviazione. Ma resta il pesante giudizio morale tracciato dalla procura di Pescara rispetto alla classe politica.

Fa un rilievo etico, la procura nella richiesta di archiviazione, sui dirigenti e sui politici abruzzesi: sottolineando la responsabilità dei tecnici, mette in risalto la “sudditanza psicologica” dei dirigenti,

“la cui carriera dipende grandemente dal favore del politico, sudditanza che si traduce nel non voler porre al politico richieste o stanziamenti che si intuisce non siano nelle di lui priorità di programma”.

ps: Un modo di operare, aggiungono i magistrati, che è censurabile per i funzionari ma che pone un serio interrogativo anche sulla qualità di un politico che a priori viene percepito dal tecnico “così sordo a ciò che non lo motiva politicamente, che non gli si pone nemmeno la richiesta”. E, forse, questo interrogatorio ne è la dimostrazione.




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