·Rigopiano, i parenti pronti all’opposizione·

I parenti delle vittime sono pronti a fare opposizione, e insieme a loro probabilmente anche il Comune di Farindola. L’avviso di conclusione delle indagini sulla strage di Rigopiano, con l’archiviazione  di 15 indagati tra i quali l’ex presidente della Regione Luciano D’Alfonso, è allo studio dei legali. Ma ieri la voce più forte si è alzata da Facebook, è quella di Simona Di Carlo, la zia del piccolo Edoardo che sotto la valanga ha perso entrambi i genitori, e lei il fratello e la cognata.

Simona Di Carlo

E’ indignata, l’assessore del Comune di Pescara:

D’Alfonso fuori dalle indagini in un sol boccone, fuori dalla responsabilità in merito alla Clpv e fuori da ogni responsabilità nella fase emergenza soccorsi. Complimenti Procura. Ottimo lavoro basta scrivere in una memoria da indirizzare alla Procura testuali parole.. “ma io non ero a conoscenza dell emergenza Rigopiano, nessuno mi ha detto niente” e la Procura ti taglia fuori dal processo.. Ma ci si può credere ad una affermazione cosi ridicola, ma si può? La Carta localizzazione pericolo valanghe non è affar suo cioè non è di un Presidente di Regione e puff fuori dal processo. Ringrazio la Procura per l’ottimo lavoro svolto”,

conclude ironica la Di Carlo. Che è decisa ad andare a fondo alle archiviazioni.

Qui sotto ecco cosa ha scritto la procura di Pescara che dopo due anni di indagini è tornata un po’ all’impianto iniziale della sostituta Cristina Tedeschini. 

Ritardi, omissioni, false comunicazioni da parte della prefettura. E una sola assoluta certezza: quell’albergo non doveva essere costruito in quel posto, o comunque doveva restare chiuso durante la stagione in vernale. 

Si concludono così le indagini per la strage di Rigopiano del 18 gennaio 2017 in cui morirono 29 persone e altre nove rimasero gravemente ferite: sono 25 gli indagati che hanno ricevuto questa mattina l’avviso di conclusione dalla procura di Pescara, quindici in meno. Fuori dal processo l’ex governatore della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso e i suoi predecessori Gianni Chiodi e Ottaviano Del Turco, fuori tutti gli ex assessori alla Protezione civile, fuori l’ex direttrice generale della Regione Cristina Gerardis.

Gli indagati

Restano indagati l’ex prefetto Francesco Provolo, l’ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta; i direttori e i dirigenti del dipartimento di Protezione civile, Carlo Visca (direttore del dipartimento dal 2009 al 2012), Vincenzo Antenucci (dirigente Servizio prevenzione rischi e coordinatore del Coreneva dal 2001 al 2013); il tecnico del Comune di Farindola Enrico Colangeli; il gestore dell’albergo e amministratore e legale responsabile della società “Gran Sasso Resort & Spa” Bruno Di Tommaso;  il dirigente e il responsabile del servizio di viabilità della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio; l’ex capo di gabinetto della Prefettura Leonardo Bianco; la dirigente della Prefettura Ida De Cesaris; il direttore dei Lavori pubblici della Regione Abruzzo, fino al 2014, Pierluigi Caputi; il dirigente della Protezione civile Carlo Giovani; gli ex sindaci di Farindola Massimiliano Giancaterino e Antonio De Vico; il tecnico geologo Luciano Sbaraglia; l’imprenditore che chiese l’autorizzazione a costruire l’albergo Marco Paolo Del Rosso;  il direttore della Direzione parchi territorio ambiente della Regione Abruzzo Antonio Sorgi; il redattore della relazione tecnica allegata alla richiesta della Gran Sasso Spa di intervenire su tettoie e verande dell’hotel, Giuseppe Gatto; il consulente incaricato da Di Tommaso al fine di adempiere le prescrizioni in materia di prevenzione infortuni Andrea Marrone; il direttore del Dipartimento opere pubbliche della Regione Abruzzo, Emidio Rocco Primavera; il comandante della Polizia provinciale di Pescara Giulio Honorati; il tecnico reperibile secondo il piano di reperibilità provinciale Tino Chiappino; il responsabile dell’ufficio Rischio valanghe della Regione Abruzzo, fino al 2016, Sabatino Belmaggio; la società Gran Sasso Resort & Spa. 

Francesco Provolo

Antonio Di Marco

Chi esce

Archiviate quindi le posizioni di Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi; degli assessori alla Protezione civile, Tommaso Ginoble, Daniela Stati, Mahmoud Srour, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca; dell’ex vice presidente della Regione Abruzzo Enrico Paolini; dell’ex direttore generale della Regione Abruzzo, Cristina Gerardis; del direttore del dipartimento di Protezione civile, per tre mesi nel 2014, Giovanni Savini; del responsabile della sala operativa della Protezione civile Silvio Liberatore; del dirigente del servizio di Programmazione di attività della Protezione civile Antonio Iovino; del direttore del Dipartimento opere pubbliche della Regione Abruzzo fino al 2015 Vittorio Di Biase; del responsabile del 118 Vincenzino Lupi; della funzionaria della Prefettura di Pescara, Daniela Acquaviva, diventata nota perchè subito dopo l’allarme lanciato telefonicamente dal ristoratore Quintino Marcella, non credendo alla richiesta d’aiuto,  affermò che “la madre degli imbecilli è sempre incinta”. 

Una decisione che farà discutere, sicuramente. 

I reati sono gli stessi: omicidio e lesioni colpose, abuso d’ufficio, falso ideologico, crollo di costruzioni e altri reati colposi.

Il sindaco di Farindola

I ritardi della prefettura

I primi, gravissimi ritardi, sono quelli della prefettura. Francesco Provolo, insieme ai funzionari Ida De Cesaris e Leonardo Bianco.

Il prefetto insieme agli altri due funzionari, ometteva di attivare,

“quantomeno alle ore 9 del 16 gennaio 2017, la salaoperativa della prefettura e il Centro coordinamento dei soccorsi”, entrambi strumenti assolutamente indispensabili per assicurare, ai fini della tutela della sicurezza e incolumità pubblica, una effettiva e piena conoscenza delle specifiche situazioni di emergenza in atto nel territorio della provincia”.

E infatti solo alla fine, e cioè il 18 gennaio, il prefetto ha invitato gli operatori

“a scendere nella sala della protezione civile determinando non prima delle 13 di quel giorno l’inizio della reale operatività del Centro coordinamento dei soccorsi”.

Si è mosso in ritardo, il prefetto Provolo, anche nel chiedere l’intervento dell’esercito per lo sgombero della neve: lo fa solo alle 18.28 di quel 18 gennaio. Avrebbe avuto tutto gli strumenti per attivarsi in tempo, aveva “piena consapevolezza” scrive la procura, visto che tutta  la provincia di Pescara già dal 15 gennaio era in stato di emergenza, tanto che il 16 il capo di gabinetto Leonardo Bianco scrive una nota alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministro dell’Interno, al presidente della Regione Abruzzo e alla Protezione civile (e a nessun altro ente, e tantomeno ai Comuni), per comunicare di avere attivato, quel giorno alle ore 9, la sala operativa provinciale di Protezione civile e il Centro coordinamento soccorsi “in ragione della precipitazione a carattere nevoso in atto, particolarmente accentuata nell’entroterra della provincia”. Ma lo stesso Provolo, il 17 gennaio, comunicava alla presidenza del Consiglio che lui si era attivato

“per garantire la presenza operativa della prefettura e del comitato operativo per la viabilità, appositamente convocato nella mattina del 16 gennaio, per il monitoraggio delle arterie autostradali e strade provinciali, per eventuali determinazioni connesse allo stato di allerta meteo e per supportare le iniziative dei sindaci”.

Scriveva addirittura che

“nel mentre i Comuni si sono adoperati per fronteggiare localmente la situazione emergenziale, la provincia di Pescara è intervenuta sulla rete stradale di competenza provvedendo ad attivare tutti i mezzi spazzaneve previsti dal piano operativo dell’ente, garantendo la immediata e quotidiana pulizia delle strade di competenza. Anche questa prefettura, per fronteggiare l’emergenza è connessa con l’interruzione delle strade, la mancanza quasi generalizzata di energia elettrica nelle zone interne e per coadiuvare l’opera di soccorso, attivato la sala operativa provinciale di Protezione civile e il centro coordinamento soccorsi”.

Niente di tutto questo, diversamente da quanto comunicato, scrive la procura, “ometteva di attivare quantomeno alle ore 9 del 16 gennaio 2017, la sala operativa e il centro soccorsi. 

Ritardi e false comunicazioni. Solo alla fine il prefetto richiese 3 turbine spazzaneve alla sala operativa della Regione Abruzzo, solo alle 18.28 del 18 gennaio, quando era troppo tardi. 

La Provincia e le omissioni

Di Marco e D’Alfonso

L’ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, insieme ai dirigenti Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, al comandante della Polizia provinciale Giulio Honorati, al tecnico Tino Chiappino, ha omesso di far sì che almeno dal 15 gennaio 2017,

“si effettuasse un efficace e tempestivo monitoraggio della percorribilità delle strade procedendo all’occorrenza anche alla pulizia notturna della neve; ha omesso di attivare la sala operativa di Protezione civile allestita presso il palazzo di governo e di fare la doverosa ricognizione dei mezzi spazzaneve in dotazione alla provincia, e constatando l’inoperatività dell’autocarro sgombraneve a turbina dedicato alla strada di Rigopiano, non ha provvedutoper tempo alla sua sostituzione con analogo di pari o superiore capacità”.

Non solo: la Provincia non  chiuse al traffico il tratto della strada provinciale numero 8 dal bivio Mirri a Rigopiano. Non lo fece, sottolinea la procura, essendo pienamente consapevole che era in atto un’emergenza neve. Sì, consapevole, c’erano tutti i segnali possibili, scrive la procura:  gli avvisi di condizioni meteorologiche avverse e i bollettini valanghe del servizio Meteomont (in particolare quello del 17 gennaio ore 13.42 con previsione di pericolo valanghe di grado 3/4, cioè forte per i successivi tre giorni); l’ordinanza di sospensione delle scuole a partire dal 15 gennaio per il Comune di Farindola; il messaggio WhatsApp del dirigente provinciale Paolo D’Incecco che scriveva: “Ritengo sia condivisibile che la circolazione debba essere mai intesa solo per gli spostamenti indispensabili e di emergenza”.

I dirigenti della Regione

I dirigenti regionali Pierluigi Caputi, Carlo Visca, Emidio Primavera, Vincenzo Antenucci, Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio, sono accusati di “condotte colpose per negligenza, imperizia e imprudenza e violazione di norme di legge”, perché non diedero corso all’approvazione di misure di salvaguarda che avrebbero impedito il crollo dell’hotel dopo un “innevamento di particolare intensità a monte dell’albergo, cui seguiva una valanga di grandissime proporzioni”. In particolare, “omettevano di attivarsi affinché venisse dato corso, quanto prima, alla redazione e alla realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga per la Regione Abruzzo, ricomprendente anche Rigopiano”.

Caputi, Visca e Primavera, “non operavano in modo che il dipendente in servizio di prevenzione dei rischi di Protezione civile, si adoperasse tempestivamente per proporre in sede di bilancio annuale, o anche fuori bilancio, con richiesta dei fondi necessari, una realizzazione della carta valanghe comprendente anche il territorio di Rigopiano tanto più che questo era stato segnalato come storicamente interessato dal fenomeno valanghivo”.

E ancora: Giovani, Caputi e Primavera, “omettevano di attivarsi affinché venisse dato corso alla delibera per la realizzazione della carta di localizzazione dei pericoli da valanga, continuando ad omettere, a tal fine, di richiedere sollecitare il prescritto intervento del Coreneva, neppure attivandosi predisponendo apposita e, doverosa, richiesta dei necessari fondi da stanziare nel bilancio regionale”

 

E’ quella di Belmaggio la situazione più critica, secondo la Procura, era lui il “detentore delle più approfondite conoscenze in materia di pericolo valanghe sia per gli uffici rivestiti sia per gli incarichi ricevuti: istruttoria per la redazione della carta storica delle valanghe e per la redazione della carta localizzazione pericolo valanghe per i bacini sciistici del Gran Sasso e dell’Aremogna e altre località sciistiche, e come tale ometteva di segnalare ai suoi superiori la necessità di dare impulso e sollecitare il prescritto contributo del Coreneva per l’elaborazione della Carta”.

Insomma, se tutto fosse andato per il verso giusto, dice la procura, l’Hotel Rigopiano sarebbe rimasto chiuso nella stagione invernale. 

Infatti, “l’assenza della Carta di localizzazione del pericolo da valanga, laddove emanata avrebbe di necessità individuato nella stessa località di Farindola un sito esposto a tale pericolo (sia per obiettive evidenti ragioni morfologiche ambientali, sia per documentate vicende storiche), e ha fatto sì che le opere già realizzate dell’hotel Rigopiano a seguito dei permessi di costruire del Comune di Farindola, non siano state segnalate dal sindaco al Comitato tecnico regionale per lo studio della neve e delle valanghe (Coreneva)”.

Quindi, se tutto ciò fosse accaduto, queste informazioni avrebbero determinato “l’immediata sospensione di ogni utilizzo nella stagione invernale: quantomeno in occasione dei bollettini valanghe di altro pericolo, del suddetto albergo fino alla realizzazione di idonei interventi di difesa anti valanghiva nonché un valido piano di bonifica preventiva degli accumuli nevosi dell’area di distacco mediante procedure di distacco controllato”.

Il Comune di Farindola

Massimiliano Giancaterio, Antonio De Vico, Ilario Lacchetta, Enrico Colangeli, Luciano Sbaraglia (sindaci, ex sindaci e tecnici di Farindola) perché omettevano di adoperarsi per l’adozione del nuovo Prg che avrebbe consentito di individuare in Rigopiano “un sito esposto a forte pericolo di valanghe”, ma anche perché lasciavano che venisse approvato un piano di emergenza comunale “totalmente silente in merito al pericolo valanghe” e in concorso tra loro, permettevano che fosse realizzato il nuovo hotel Rigopiano “in un sito sovrastato dal pericolo di valanghe di grado elevato, che laddove riconosciuto avrebbe impedito detta edificazione”, quindi sono responsabili “dell’assenza di idonee opere difensive (ponti, reti e ombrelli da neve in zona distacco, ecc), nonché dell’assenza di un idoneo piano di bonifica preventiva dell’area di distacco”.

Il sindaco Lacchetta è accusato anche di non aver fatto sgomberare l’hotel Rigopiano a partire dal 15 gennaio e permise, nonostante il messaggio di Paolo D’Incecco, che “altri clienti raggiungessero, con grande difficoltà, l’Hotel Rigopiano”. E sempre lui “non comunicava alla sala operativa di Pescara lo specifico isolamento di Rigopiano già evidente al mattino presto del 18 gennaio”. Omissioni queste in concorso con Colangeli come capo dell’ufficio tecnico comunale e membro della commissione valanghe.

L’albergo

Paolo Del Rosso, Enrico Colangeli e Antonio Sorgi rispettivamente imprenditore, responsabile dell’ufficio comunale di Farindola, e direttore della Direzione parchi e ambiente, “attestavano falsamente che la ristrutturazione dell’hotel Rigopiano fosse conforme alla normativa di tutela del pericolo idrogeologico avendo avuto la prescritta autorizzazione; le opere fossero ammesse dal piano regionale paesistico”. In questo modo consentirono la realizzazione dell’albergo e del centro benessere “in un sito esposto al pericolo valanghe con l’impegno a tenerlo aperto e accessibile (anche per le auto) in pieno inverno prescindendo dall’intensità delle precipitazioni nevose (e senza curarsi del pericolo valanghivo e di isolamento), per cui concorrevano nel causare colposamente il crollo dell’hotel e del centro benessere causando la morte di 29 persone”.

Bruno Di Tommaso (imprenditore), Andrea Marrone (socio e amministratore della Training & consulting), al solo fine di assicurare che l’hotel continuasse a funzionare, il giorno precedente la tragedia, pubblicarono sulla pagina Facebook dell’albergo una foto con un commento invogliante:

“Un martedì da sogno a Rigopiano, la neve ci regale degli scenari spettacolari”,

quando invece l’attività avrebbe già essere sospesa. Causando così la morte di 11 dipendenti e di 18 ospiti.





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