·Raffa·

“Ma tu a chi stai pensando?”.

Nel buio della nostra camera anni ‘70, con letti in ferro, materassi e coperte di lana, la domanda rimaneva sospesa nello spazio che divideva me e mio fratello. 

“Io a Raffaella Carrà, e tu?”.

Era lei il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi. Il mio primo amore. 

“Ma sì che va, ma sì che, ma sì che va, che va”.

La cantavo per farmi andar giù la pappa che non mi piaceva. A tavola era un testa a testa tra lei e Rita Pavone di “viva la pappa pappa, col popopopopopopomodoro”.

Il Tuca Tuca è stato la mia iniziazione erotica. L’ombelico scoperto di Raffa ha dato i primi turbamenti a una generazione di bambini. Il caschetto biondo, uno sguardo e un sorriso che sembravano disegnati, tanto mi apparivano perfetti. 

“Rumore, rumore, na, na, na, na, na”. Il 45 giri infilato nel mangiadischi ripeteva all’infinito la melodia e il ritmo pre-dance di una canzone sulla quale fantasticavo avventure, amori, imprese. Sognavo, con indosso il vestito di Zorro, di liberare lei, Raffa, da immaginari rapitori, di segnare un gol allo Stadio con la maglia della Roma, di guidare una Mini Minor per andare dove mi pareva, senza vincoli, né orari, rientrando a casa persino a Carosello già terminato.

Non sapevo che in un’altra casa, non lontano da me, una bambina che non conoscevo sbucava dalle tende del salone, come dalle quinte di un fantasioso teatro, per cantare “ma che mu, ma che mu’, ma che musica maestro”.

Quando Raffa apparve in televisione a cantare “Tanti Auguri”, ballando tra i monumenti dell’Italia in miniatura, ero già un bambino fatto. Però la seguivo sempre, perché era stato il mio primo amore, e i primi amori, si sa. 

Nel mio ricordo, era da poco tornata dalla Spagna, forse dal sud America, comunque da molto lontano. Per un po’ di tempo qui erano arrivate solo le immagini di lei che, Mosé femminile, si apriva il passaggio tra ali di folle adoranti. 

Iniziò poi la serie dei primi “Fantastico”, conducendoci più avanti alla conta dei fagioli, la mattina.

Raffa era “dagli studi Rai di via Teulada”, era il televisore il bianco e nero, con le sfumature di grigio che facevano comunque intuire i colori; era far tardi il sabato sera, mentre invece tutti gli altri giorni, si sa, il sonno iniziava subito dopo Carosello; era il tempo dell’austerità, della crisi petrolifera e delle domeniche a piedi, per la prima volta dal dopoguerra e dalla motorizzazione di massa.

Era la bellezza, il carisma, l’allegria e, scoprii dopo, l’impegno. “Tanti auguri” è diventato, con il suo consenso, un inno del mondo LGBTQ+. Che poi sarebbe un inno all’amore, all’inclusione, all’uguaglianza. Una rivoluzione.

Non ho mai smesso di amarla. Nel 2015 mi lasciavo prendere in giro quando raccontavo di avere visto in televisione il suo talent, “Forte Forte Forte”, ridotto poi nelle puntate per via di un seguito al di sotto delle aspettative.

Ma io la seguivo, perché mi sembrava che il tempo con lei non fosse mai passato.

Ho capito che non è così. Il tempo passa, ok. Le persone nascono, vivono, a volte si ammalano, e comunque, a un certo punto, muoiono. L’ho capito. Ma non si potrebbe rallentare un po’?

Comunque le cose si tengono in qualche modo, nella giostra della vita. Perché mio fratello, nel frattempo divenuto medico, un anno fa l’aveva visitata, nell’Ospedale in cui lavora. E con la bambina che sbucava dalla tenda per recitare la parte di Raffaella Carrà, da ragazzi ci siamo conosciuti, da adulti innamorati e poi sposati. 

Mio fratello, mia moglie, io,tutti noi bambini degli anni ‘70 siamo una generazione di adulti cresciuti con l’illusione che se “per caso cascasse il mondo”, basterebbe spostarsi “un po’ più in là”.

Lo facessimo tutti insieme, saremmo in grado noi di spostare il mondo. La rivoluzione, ora. E Raffa sarebbe molto orgogliosa di noi, lo so.




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