·Bocciate le mance di Chiodi·

E’ una legge illegittima. Ma soprattutto è una forma di “captatio benevolentiae” nei confronti degli elettori. Una mancia elargita prima del risultato del voto. Le elezioni del 2014, quelle che hanno portato in Abruzzo alla vittoria del centrosinistra e di Luciano D’Alfonso, sono state inquinate dalla legge n.15 del 27 marzo promossa dalla giunta guidata da Gianni Chiodi. L’ultimo disperato tentativo di ribaltare un risultato che si annunciava già scontato nei sondaggi. A causa di questa legge l’ultima competizione elettorale, secondo la Consulta, non si è svolta in modo “libero e trasparente”.

Gianni Chiodi

Gianni Chiodi

Lo scrive la Corte Costituzionale con la sentenza n. 158/2015 sul riordino dei Comuni. Lo scrive con parole nette.

“Proprio per i suoi contenuti, la legge nel suo complesso e in modo particolarmente evidente nelle previsioni che riguardano la regolarizzazione degli abusi edilizi e le misure di sostegno alla ricollocazione del personale in esubero, si presta ad essere interpretata come una forma di captatio benevolentiae nei confronti degli elettori, dalla quale il Consiglio regionale avrebbe dovuto comunque astenersi al fine di assicurare una competizione libera e trasparente”. Avrebbe dovuto astenersi, ma non l’ha fatto.

E’ di questi giorni la sentenza con cui la Corte costituzionale dichiara illegittima la legge regionale del 27 marzo 2014 sul riordino delle aree produttive e dei Comuni. Legge già impugnata dal consiglio dei ministri perchè approvata durante il regime di prorogatio del consiglio regionale. Che, si ricorderà, era scaduto il 14 dicembre 2013 ma che rimase in carica fino al maggio dell’anno successivo, in pratica altri sei mesi, grazie a una proroga che la vecchia giunta Chiodi si fece approvare per restare in sella qualche mese in più. Intanto, la legge non aveva le caratteristiche di urgenza che avrebbero giustificato la sua adozione.

Il consiglio regionale

Il consiglio regionale

Ma è illegittima, secondo la Corte, anche per altri motivi: intanto perchè detta norme sulla gestione delle infrastrutture idriche e sulla determinazione delle tariffe per gli utenti del servizio idrico integrato, di competenza dello Stato; poi perchè reintroduce un criterio tariffario cancellato dal referendum del 2011.

Una legge illegittima, sostiene la Consulta, che prevedeva, tra le altre cose, che gli impianti fognari e di depurazione realizzati dai Consorzi per le aree di sviluppo industriale restassero di proprietà dell’Arap (agenzia regionale delle aree produttive) e soprattutto prolungava di tre anni la disponibilità di risorse finanziarie che la giunta regionale destina a favore degli enti locali che assumono alle proprie dipendenze personale delle comunità montane.

Non solo: la legge introduceva anche una sanatoria urbanistica che non avrebbe mai e poi mai potuto adottare un’amministrazione in regime di prorogatio. Insomma una serie di favori e di prebende approvate alla vigilia delle elezioni regionali che, nella mente del centrodestra, avrebbe dovuto favorire la rielezione di Chiodi. Non è stato così. E oggi arriva la censura della Corte costituzionale.




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