·Quattro storie·

Due notizie opposte. Entrambe terribili, ma speculari. Una racconta di una madre che uccide i suoi due figli e poi si toglie la vita, lasciando il padre, e marito, a disperarsi, a piangere la triplice perdita. Non molti mesi fa si era avuta una vicenda analoga, in versione maschile. In quel caso era stato il padre a colpire le figlie e ad uccidersi, lasciando sopravvivere, sia pure suo malgrado, la madre. Vicende sconvolgenti. Come lo sono tutte quelle in cui l’offesa più grande, la morte, arriva per mano della persona più vicina: la madre, il padre, il compagno, la compagna, qualche volta anche i figli…Depressioni, amori malati, affettività alterate.  

L’altra notizia racconta invece di una madre che si lascia morire per salvare il figlio. Incinta e malata di tumore, rifiuta le terapie per non danneggiare il feto. Anche questa notizia ne ha una analoga, di qualche anno fa. Pure in quel caso una mamma si trovò a dover scegliere tra la propria vita e quella del figlio. O meglio: a scommettere, decidendo di morire, per dare al figlio una possibilità di nascere. Sono storie terribili pure queste, ma di segno opposto alle prime, perché raccontano non solo del naturale slancio del genitore verso il figlio, ma anche di una incrollabile fiducia nella vita. Non era affatto detto che, non curandosi, sarebbero riuscite a vivere abbastanza da portare a termine la gravidanza. Eppure ci hanno provato. Hanno scommesso sulla vita. E hanno vinto.

Di là, dunque, abbiamo un’azione contro natura, almeno nella percezione che abbiamo del nostro essere umani. Perché nel mondo animale, che risponde a logiche istintuali, primordiali, ma anch’esse terribilmente naturali, accade che i cuccioli vengano uccisi per mano della mamma o del papà animale. Accade di fronte ad un pericolo imminente o per una malattia o  per una carestia. Tutto sommato per istinto di protezione, per quanto assurdo possa sembrare. 

Di qua abbiamo l’istinto altruistico, lo slancio vitale e protettivo. Ovvero a ciò che per noi, oggi, significa essere umani. Non ieri, perché in altre epoche, ad esempio nella civiltà romana, per secoli il padre di famiglia ha avuto il diritto di vita e di morte su moglie e figli. E non sempre nemmeno oggi, perché in altre civiltà, diverse dal nostro confortevole occidente, accade quotidianamente che figli e mogli e affetti vengano uccisi per disonore, per fanatismo religioso, per diritto.

Il valore della vita è mutevole. Cambia in base alle epoche, alla cultura, alla latitudine, alle divinità. Qualche volta in base alla malattia. Una depressione può uccidere. Un tumore può salvare. 

Mi viene in mente una terza storia ancora. Quella del genitore che muore, andando incontro al suo destino, e affida il figlio, che è già nel mondo, alla vita. 

Ho letto, qualche tempo fa, di una madre, che, sapendo di doversene andare, aveva preparato un biglietto e un regalo per ogni compleanno della figlia sino al compimento dei diciotto anni. E poi, in questa settimana, di un padre che sta raccogliendo ricordi, testimonianze audio e visive per la figlioletta, di diciotto mesi. Momenti, suggestioni, pensieri.

Storie struggenti, che raccontano il tentativo di stare vicino ai figli, o in più in generale a chi si ama, anche oltre la vita. 

Sono in difficoltà di fronte a tutte queste storie. Le prime, le seconde e le terze. 

Non riesco a trovare un senso, una morale. 

Mi viene in mente una quarta storia. E’ di questa mattina, quando mi sono alzato dal letto e, dall’albero che sta di fronte a casa mia, ho visto staccarsi una foglia. Nulla di particolarmente originale, di per sé. Siamo a novembre. Eppure. Mi è sembrato che fosse la prima volta. O quanto meno che da tanto, troppo tempo non mi capitasse di assistere allo spettacolo di una foglia che si stacca dall’albero. Sono rimasto incantato a guardarla: sembrava volare e in realtà cadeva. L’ho seguita per tutto il suo percorso, sino a che, dopo molti volteggi, non si è posata a terra. Placida. Vi parrà strano, ma a me è sembrata una storia a lieto fine. 





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