·Quanti eroi, quanti errori·

Arrivano a mani nude, senza guanti, con un equipaggiamento inadeguato, senza attrezzature, senza protezioni, arrivano a passo d’uomo. Arrivano tardi, tardissimo. Non sanno neppure cosa si troveranno davanti gli operatori del soccorso e i vigili del fuoco quando si mettono in marcia il pomeriggio di quel maledetto 18 gennaio.

“Non lo sanno perché non c’è stata valutazione del rischio, perché quando i mezzi dei vigili del fuoco partono alla volta di Rigopiano lo fanno secondo un protocollo ordinario – commenta Costantino Saporito dell’Usb dei vigili del fuoco – e invece avrebbero dovuto aprire un “protocollo non convenzionale”.

 

E allora ecco cosa succede, quella notte lì.
Tutti gli allarmi che arrivano dall’albergo vengono ignorati, tutti a partire dalla mail del mattino dell’albergatore, quando gli ospiti chiedono di poter andare via e non c’è più riscaldamento né corrente, fino al momento della valanga, intorno alle 17 e anche dopo, grazie alle telefonate dei superstiti. Solo due ore più tardi, ben oltre le 19, il responsabile Anas dà il primo vero allarme e dirotta su Rigopiano una motrice che era a dieci chilometri da Rigopiano. La motrice va a 400 metri l’ora e si mette in testa alla colonna dei soccorsi: dietro ci sono i mezzi dei vigili del fuoco e in fondo, ultimo della fila, il camion per il rifornimento della motrice che consuma tantissimo e ha bisogno, durante il percorso, di frequenti approvigionamenti di gasolio.
E allora, cosa succede?

“Succede che molto spesso la colonna, che comunque procede alla velocità della motrice, quindi pianissimo, è costretta a fermarsi per i rifornimenti – racconta Saporito – tanto che più volte gli uomini sono costretti a trasportare a mano il gasolio necessario per il rifornimento, facendo la spola dalla coda alla testa della colonna”.

Costantino Saporito

Va come una tartaruga, la fresa dell’Anas, le condizioni meteorologiche sono quelle che sono e ha difficoltà a individuare la strada, i paletti sono tutti coperti dalla neve.
Dietro, le autobotti dei vigili del fuoco. Sì, le autobotti, che sono quei mezzi che vengono utilizzati per la gestione ordinaria delle emergenze: un incendio, un portone chiuso, la neve su un tetto, un allagamento.
Non c’è traccia di personale specializzato, nessuno pensa di allertare il protocollo non convenzionale e di mandare a Rigopiano il personale del nucleo Saf, che è il personale speleo-alpino fluviale, o dell’Usar che arriverà solo molto più tardi.
E’ una marcia lentissima, tanto che alla fine un gruppo di esperti sciatori, i primi eroi di questa tragedia, decide di andare a piedi, con gli sci coperti dalle pelli di foca: saranno i primi ad arrivare all’hotel Rigopiano alle prime ore del mattino del 19 gennaio, dopo sei ore di marcia.

“Il fatto più emblematico è che quella notte non vola nessuno sopra Rigopiano – aggiunge Saporito – Non volano gli elicotteri dell’esercito, attrezzati per la neve, perché l’emergenza Rigopiano viene annotata sul mattinale della sala crisi della Protezione civile soltanto a mezzogiorno del 19, il giorno successivo”.

Vola solo un elicottero della Guardia costiera, costretto a tornare indietro a causa del ghiaccio che si forma sul parabrezza. Chi ha sbagliato?

“Ha sbagliato la Prefettura, la funzionaria della prefettura, non c’è stata valutazione del rischio. Sarebbe stato di fondamentale importanza rapportarsi con la Sala operativa Italia, che avrebbe predisposto l’organizzazione dei mezzi più adeguati per intervenire sul posto. Ma non è neppure colpa dei singoli, il problema è che le sale di crisi delle prefetture sono formate da incompetenti, e non da personale specializzato. La funzionaria addetta a un ufficio qualsiasi che risponde “è una bufala”, è una persona che non ha competenze. Se al telefono ci fosse stato un vigile del fuoco, innanzitutto avrebbe fatto le domande giuste, e poi avrebbe fatto uscire i mezzi in ogni caso, e poi, verificato che si trattava di una bufala, avrebbe fatto rientrare la squadra. C’è stata una enorme sottovalutazione del rischio”.

Il fattore tempo è importantissimo, in questi casi. C’è differenza tra minuti e ore o giorni. C’è una differenza enorme, che vale vite umane, a volte.

“Noi dobbiamo essere messi in grado di arrivare sul posto dell’emergenza nel minor tempo, con maggiori informazioni possibili e con la migliore attrezzatura. Questo a Rigopiano non è accaduto, perché siamo partiti come per andare a spegnere un incendio”.

Non era un incendio, era una valanga e lì sotto ci sono rimaste 29 vite.

ps1: sarebbe bastato attivare un protocollo non convenzionale, sarebbe bastato alzare il telefono e chiedere aiuto a Roma. Sarebbe bastato non essere così superficiali.

ps2: c’è una linea di demarcazione netta emersa in maniera limpida e drammatica dal documentario trasmesso ieri da Canale 9 su Rigopiano: ed è quella tra i volontari e la burocrazia, tra i soccorritori e la politica. C’è la rappresentazione precisa di due Italie lontane anni luce l’una dall’altra: l’Italia che si fa in quattro e piange quando salva una vita umana, e l’Italia che se ne lava le mani.




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