·Punta del sole·

punta del sole

Era un po’ scuro di carnagione e correva veloce sulla fascia. Lo chiamavamo “Marco il negro”.

Succedeva al mare, a “Punta del sole”, che a sentirlo così ti immagini chissà che, e invece era solo il nome del residence dove si trovava il nostro campo di gioco: un piccolo fazzoletto di terra, con un po’ d’erba ai lati e in mezzo un terribile affossamento sabbioso. Marco il negro ed io giocavamo in squadre diverse ed eravamo scarsi entrambi, solo che lui correva veloce, all’occorrenza menava pure, mentre io, oltre ad essere scarso, correvo poco e non menavo.

Era l’inizio degli anni 80, noi poco più che ragazzini, avversari il giorno in cui si giocò la finale di un banale quadrangolare, vissuta come la finale di coppa del mondo.

Al primo minuto di quella finale stava per compiersi il miracolo: io, mezza sega gracile, mi ero lanciato sulla sinistra ed un compagno mi aveva pescato solo davanti al portiere. Era la palla che poteva farmi diventare un eroe. Sì, potevo essere un eroe, “just for one day”, come cantava David Bowie.

Forse per la responsabilità del voler essere un eroe, forse per la realtà della mezza sega che ero, tirai una palla moscia, che però il portiere non trattenne, respingendola verso di me. Dovevo sfruttare quella seconda chance, dovevo segnare e per farlo dovevo tirare lì, dove il portiere non poteva arrivare. La palla prese la direzione giusta, aveva superato il portiere a terra e stava entrando in porta quando sopraggiunse il braccio di un avversario, forse proprio di Marco il negro, che respinse la palla. “Arbitro hai visto? E’ rigore!”. L’improvvisato arbitro disse che no, non era successo niente, dovevamo pensare a giocare invece di protestare.

Vinse la squadra di Marco il negro: si presero gloria, medaglie e coppa.

Lo rivedo ora, dopo più di trent’anni, ad un funerale. Fa il cassamortaro, come si dice a Roma. Compito e impettito, guanto bianco d’ordinanza, accompagna sconosciuti alla loro ultima festa, al loro ultimo viaggio.

Durante la funzione, seduto nella navata di sinistra, sono costretto ad alzarmi per sostenere il peso della situazione e dei ricordi. Penso ora esco dalla chiesa, vado da Marco il negro e gli dico ma ti ricordi? Ti ricordi a Punta del sole, quando lottavamo per essere eroi, “just for one day”? Se te lo ricordi, togliti questo guanto bianco e corri, corri come facevi allora, corri a prendere qualcosa, qualunque cosa, magari pure io mi tolgo questa cravatta, mi metto a correre e tiro in porta, ma stavolta faccio goal, perché “we could be heroes”, come cantava David Bowie. Ti ricordi Marco il negro?

Poi non faccio niente, mi limito a seguirlo con lo sguardo mentre rientra in chiesa per svolgere il suo compito.

L’ultima festa, l’ultimo saluto, l’ultimo viaggio.

Che poi, Marco il negro, lo sai che ti dico? Che a stare qui, adesso, tu con il guanto bianco d’ordinanza, io a ruminare pensieri sulla fascia sinistra di questo funerale, eroi lo siamo per davvero. Forse. Just for one day.




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