·Più conosco gli uomini·

#InNomeDiMiaFiglia (Regia: Vincent Garenq. Con:Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze, Christelle Cornil. Sceneggiatura: Vincent Garenq, Julien Rappeneau)

cine

Questo film fa parte dei pochi che forse ancora troverete in circolazione e non parlino di tartarughe ninja o ghostbusters (addirittura numero 3!!). Merita di essere visto, a parte la penuria della scelta del momento, non perché sia memorabile dal punto di vista cinematografico, nonostante il bravissimo Auteuil, ma perché ci parla, con una precisione da racconto di cronaca, di una vera storia di malagiustizia, con l’unica consolazione che non è avvenuta in Italia, bensì nelle civilissime Germania e Francia. Tra inefficienze, sciatterie, forse corruzioni, piccole e grandi, il protagonista, che non si arrende a considerare “misteriose” le cause della morte della figlia quattordicenne, deve aspettare trent’anni per ottenere qualcosa di lontanamente simile ad un verdetto capace di riequilibrare, con una pena inflitta, la crudeltà e l’ingiustizia di avere perso la propria bambina. Nel fotografare la realtà, il regista ci mostra cosa può accadere alle persone che si trovino coinvolte in un dramma simile. Che forse non ha pari nella scala del dolore, perché è quanto di più innaturale possa immaginarsi: perdere il proprio discendente e dovere continuare a vivere, trovando una motivazione per farlo. Per di più, in questa storia, alla disperazione del padre per la morte prematura (e scopertasi violenta) della giovane figlia si aggiunge la frustrazione che è lo stesso uomo (Sebastian Koch: lo ricordate in “Le vite degli altri”?) ad avergli portato via tutto, ma proprio tutto. Prima il suo amore, la sua vita (apparentemente) perfetta, il successo nel lavoro; i figli poi, una fisicamente l’altro perché travolto dagli eventi e completamente dimenticato. La prima sottrazione, quella del tradimento: la moglie “perdonata” e portata via, lontana dall'”amante” (siamo negli anni settanta, e credo sia realistico). Ma è tutto inutile, come spesso accade. Quello che più mi ha stupito di questo triste racconto non è quanto sia insano il sistema giudiziario descritto, inadatto a sanare le bruttezze del mondo ed anche solo a scoprirle (troppe volte succede, ed in modo rovinoso per le esistenze delle persone coinvolte); piuttosto, il distacco e la rassegnazione fredda della madre di fronte alla perdita della figlia. L’incapacità di vederne le cause e la pervicacia nel restare affianco al proprio carnefice. Mi chiedo se sia verosimile una cosa del genere, se l’amore per un uomo e la passione per lui possano annebbiare completamente il sentimento protettivo e l’istinto materno, che tutte hanno, dalle gatte alle colombe. Ma forse sì, alle femmine della specie umana accade; come ai maschi della specie umana accade di fare della prevaricazione l’unica leva del proprio desiderio malato. Non ne uscirete rasserenati, ma forse più convinti che conoscendo gli uomini si riesce ad amare più convintamente gli animali.




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