·Pescaraporto, D’Alfonso rischia dieci mesi·

Condanne da sei a dieci mesi: queste le richieste della procura di Pescara nel rito abbreviato per Pescaraporto nei confronti dell’ex presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, per il suo avvocato Giuliano Milia, per il dirigente della Regione Abruzzo Vittorio Di Biase (dieci mesi); per l’ex segretario dell’ufficio di presidenza Claudio Ruffini e per il dirigente comunale Guido Dezio (sei mesi). Tutti gli imputati sono accusati di abuso di ufficio e falso in atto pubblico. Al centro del rito abbreviato presunte irregolarità riguardanti la realizzazione di tre palazzi nell’area ex Edison, accanto all’ex Cofa sulla riviera sud. 

Il procuratore Massimiliano Serpi ha usato parole durissime nella sua requisitoria davanti al gup del tribunale di Pescara Gianluca Sarandrea parlando di un “intervento pesantissimo di D’Alfonso su Di Biase”, il dirigente che avrebbe contribuito a determinare il cambio di orientamento del dirigente del Genio civile. 

“I temi fondamentali della sicurezza e della pubblica incolumità sono stati maltrattati e piegati all’interesse privato – ha detto Serpi -. In una materia così delicata come quella del pericolo alluvione è stata espressa la scelta del non mi importa”. 

Che si sia trattato di “un intervento pesantissimo di D’Alfonso” lo ha ribadito anche la pm Anna Rita Mantini, secondo la quale “Di Biase era sottoposto all’influenza tecnico-politica di D’Alfonso”.

Il procuratore capo Massimiliano Serpi

Sarebbero state proprio queste influenze e queste pressioni a determinare la marcia indietro del dirigente del Genio civile. Nel 2016 Di Biase prima firmò, insieme al responsabile tecnico Silvio Iervese, una nota con il parere contrario sulla compatibilità geomorfologica dell’opera, alla luce di una “situazione di potenziale pericolo idraulico”. Un mese dopo diede il via libera: secondo la procura fu proprio un intervento di D’Alfonso a determinare il cambio di passo, intervento spalleggiato da Milia: il noto avvocato è infatti il padre di tre dei cinque soci della società Pescaraporto.

D’Alfonso con Milia

L’ex governatore, secondo l’accusa, avrebbe mandato sia Ruffini che Dezio nello studio di Milia per sbloccare la situazione: in quell’occasione l’avvocato si sarebbe servito di una copia dell’atto del Genio civile per scrivere un “pizzino”, cioè “una minuta con noticine di sua mano a margine del testo fotocopiato, che doveva essere veicolata a Di Biase affinché lo stesso modificasse l’orientamento del proprio ufficio”. Ricevuto l’appunto da Milia, Ruffini convocò Di Biase “consegnandogli lo scritto preconfenzionato – sostiene la Procura – e dicendogli di adeguarsi”. 

 “Mai avuto un processo, in fatto, più semplice – ha affermato Serpi in aula -. Non solo le intercettazioni, ma anche le deposizioni, combaciano perfettamente con le risultanze investigative”.

La sentenza ci sarà  il 10 luglio dopo le arringhe delle difese.




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