·Pescaraporto, appello della procura·

No, non è vero che quei fatti non hanno rilevanza penale. Ne sono convinti il procuratore di Pescara Massimiliano Serpi e l’aggiunto Anna Rita Mantini che hanno presentato ricorso in Appello contro la sentenza emessa dal gup Gianluca Sarandrea sul caso Pescaraporto, con cui venivano assolti tutti gli imputati perché il fatto non sussiste.

Si ricomincia da capo, quindi, per tentare di ribaltare una sentenza di assoluzione che aveva fatto scalpore. Nel mirino della Procura era finita la variazione della destinazione d’uso del complesso edilizio che la società Pescaraporto, della quale fanno parte i figli dell’avvocato Milia, intendeva realizzare sul lungomare Sud, tra il Ponte del mare e il porto turistico.

“Mai avuto un processo, in fatto, più semplice – aveva affermato Serpi, che aveva voluto sottolineare con la sua prensenza in aula (l’inchiesta era della Mantini), l’attenzione della procura – non  solo le intercettazioni, ma anche le deposizioni combaciano perfettamente con le risultanze investigative”.

D’Alfonso e Dezio

Il Genio civile, tramite Di Biase e il responsabile tecnico Silvio Iervese, inizialmente espresse parere contrario al cambio di destinazione proprio a causa di una “situazione di potenziale pericolo idraulico”. Neanche un mese dopo, nel marzo 2016, Di Biase, con una nuova nota, fece marcia indietro e concesse parere favorevole.

Tutto allo scopo di autorizzare la variazione della destinazione d’uso del fabbricato da turistico-alberghiero a terziario-direzionale, sostiene la procura. In realtà, rileva sempre la procura, l’unica attività istruttoria era stata l’acquisizione da parte del Comune della conferma burocratica da parte dell’autorità di bacino che erano ancora valide le circolari emesse nel 2005.

Ecco come la procura ricostruisce i fatti: D’Alfonso fu avvertito che Di Biase, il 18 gennaio 2016 aveva firmato un parere non favorevole in tema di compatibilità geomorfologica delle aree interessate, stabilendo quindi che c’era pericolosità idraulica in seguito all’approvazione della variante al piano stralcio di difesa dalle alluvioni. Era stata la consigliera comunale pentastellata Erika Alessandrini a chiedere un’urgente verifica al Genio civile. Qui entra in campo D’Alfonso che, telefonando da Bruxelles a Claudio Ruffiini gli ordinava di andare con Guido Dezio “oggi o domani, domattina se puoi” presso lo studio dell’avvocato Milia “che vi deve chiedere una informazione” e a una richiesta successiva di Ruffini per avere chiarimenti sui temi del colloquio, D’Alfonso rispondeva: “Andate e vi sarà detto”. In seguito Ruffini e Dezio andarono nella mattinata del 3 marzo 2016 intorno alle otto nello studio dell’avvocato Milia. In quel frangente lui e il governatore si scambiarono degli sms nei quali D’Alfonso invitava i suoi a elaborare una “risposta provvedimentale, solo apparentemente riconducibile alla determinazione del Genio civile,” indirizzata al Comune di Pescara e utile a integrare l’istruttoria successiva alla nota dell’interpellanza consiliare della consigliera cinquestelle.

Giuliano Milia con D’Alfonso

“Siamo da Milia ma non sappiamo il motivo. E’ la nota dei 5 stelle?” chiede in un sms Ruffini. “Sì, valutate la risposta”, risponde D’Alfonso.

Usano un linguaggio ermetico. Nello stesso incontro, utilizzando una copia dell’atto del genio civile del 17 febbraio 2016 già in suo possesso, l’avvocato Milia scrive quindi una specie di minuta, con noticine a mano a margine del testo fotocopiato, che doveva essere consegnata al pubblico ufficiale Vittorio Di Biase “affinché modificasse l’orientamento del proprio ufficio”, scrive la procura. Alla fine venne mandato a D’Alfonso un report di conferma di quello che era avvenuto, sempre via sms: “Fatto, mi risento domani con Guido per completare”, scrive Ruffini. “Ok”, risponde D’Alfonso.

Ricevuto l’appunto di Milia, “Ruffini convocava l’ingegner Di Biase presso l’ufficio di presidenza della Regione e gli consegnava lo scritto preconfezionato dicendogli di adeguarsi a quanto indicato da Milia” .

D’Alfonso e Ruffini

Ci furono poi almeno altri due incontri tra Ruffini e Di Biase per la redazione della nota con il nuovo orientamento dell’ufficio del Genio civile: una prima bozza fu addirittura rifiutata da Ruffini e secondo la procura ci furono “pressioni dirette del presidente D’Alfonso su Di Biase, volte a imporgli il testo di Milia”.

Alla fine quindi Di Biase, come dirigente del servizio regionale del genio civile scrisse la nota del 15 marzo 2016, “ideologicamente falsa e sulla falsariga dell’appunto redatto da Milia, che operava nell’interesse della Pescaraporto beneficiata dall’atto”.

ps: adesso toccherà alla Corte d’Appello stabilire se davvero in questi fatti non c’è rilevanza penale.




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