·Pd, la rissa e le candidature·

E’ successo di più, molto più di una rissa e qualche insulto, nella direzione regionale del Pd di lunedì sera. Non ci sono stati soltanto i riferimenti etilici o alcolici o ai Crodini, ultima e colorata ossessione del lessico presidenziale, ma anche critica politica. E pure molto aspra. E in sottofondo sempre e comunque le candidature.

Una riunione super segreta, di qualche giorno fa, a margine di una giunta regionale all’Aquila, presenti D’Alfonso, Donato Di Matteo, Silvio Paolucci, Camillo D’Alessandro e Giovanni Lolli, sta facendo il giro del mondo: si parla di candidature, di spartizione di posti, di nomi. Uno a te quell’altro a me. Una riunione che non sarà mai confermata dai presenti ma che è stata raccontata nei passaggi principali a un esponente politico di spessore. Queste le decisioni: D’Alessandro candidato alla Camera nel proporzionale Chieti-Pescara, la Pezzopane a Teramo-L’Aquila, D’Alfonso nel proporzionale al Senato. E nei collegi uninominali, che ormai nel Pd danno tutti per persi, esponenti di secondo piano. Al massimo Federica Chiavaroli, candidata a Pescara in quota Pd. Una seconda ipotesi potrebbe essere quella della Chiavaroli candidata al Senato con D’Alfonso capolista.

Federica Chiavaroli

Ma la segretezza è d’obbligo perché nella riunione carbonara è stato deciso che questo schema non uscirà dall’Abruzzo ma sarà convalidato da Roma, cioè da Luca Lotti, e calato quindi dall’alto, imposto come scelta romana. Un’altra indiscrezione riguarda il governatore, che fino a oggi ha sempre smentito di volersi candidare al Parlamento, e anzi negli ultimi tempi dice a destra e a manca di voler fare il bis alla Regione per tagliare un traguardo che nessuno ha superato mai, le due legislature consecutive: se Roma dovesse negargli la candidatura, lui è pronto quindi a impegnarsi per impedire che quel posto vada a un abruzzese, preferisce piuttosto che venga assegnato a un catapultato da Roma.
E’ con questo scenario che si apre la direzione regionale del Pd, lunedì scorso (documentata anche da un video). Tutti sanno, nessuno parla. Il primo a scatenare l’ira di Dalfy è proprio il parlamentare Antonio Castricone, che mette in evidenza il divario sempre più evidente tra le aree interne e la costa:

“Eccoci al punto, nuovi equilibri o inediti squilibri? Interroghiamoci su questo, su quale Abruzzo avremo fra 20 anni, quale sarà il ruolo ed il peso, non solo demografico, dell’Abruzzo interno in relazione all’Abruzzo costiero. Se la politica non si pone tali questioni e questo e non lo fa da molto tempo, l’Aquila resterà un simulacro in mezzo ad aree interne svuotate”.

Toni Castricone

E poi affonda il dito nella piaga, quella vera, del Pd abruzzese:

“Qui dentro c’è timore di esprimere le proprie opinioni, la gente pesa le parole, è attenta ai giudizi che deve dare”,

no non c’è democrazia dentro il Pd, c’è un solo uomo al comando ed è D’Alfonso. che ora però viene messo all’angolo. Per carità, in tanti prendono la parola anche per difenderlo, Dalfy, per dire che la Regione sta facendo e sta facendo bene. E anche sulla ricostruzione: siamo bravi, siamo i migliori, peccato però che la gente non ci vota.
Mica sarà colpa della “gente”, mica vogliamo prendercela con chi non ci vota, è stato detto alla fine, proprio al culmine della tensione.
Qui, su questo passaggio è scoppiata la vera rissa, quando Lolli invita il partito a tornare nei luoghi della sofferenza. Come alla Honeywell, perchè Renzi non è andato nella fabbrica che di lì a poco avrebbe messo in mezzo alla strada 400 e passa famiglie, in occasione della sua tappa abruzzese? La domanda la fa Castricone, che sa dove vuole andare a parare e fa sclerare il presidente:

“Che domanda è questa? Adesso basta”.

Cantagallo (in piedi) con Ginoble e Rapino

Il pubblico rumoreggia, e pure tanto, lui cerca di zittirlo e non ci riesce. Il fatto è che le visite di Renzi non contemplavano la Honeywell, nessuno gliel’aveva detto (a parte un sms di Castricone) e alla fine, ma solo alla fine, una delegazione dei lavoratori in sciopero da mesi si è fatta trovare sotto ai cancelli della Pilkington. E’ una ferita per l’Abruzzo, una vergogna per la Regione. Ed è quando si pronuncia il nome della Honeywell, che saltano i nervi al governatore e non solo a lui.
Un altro siparietto si consuma col parlamentare Tommaso Ginoble, suo eterno nemico. Al microfono c’è Dalfy:

“Un parlamentare non può parlamentire”,

fa il governatore giocando con le parole e insistendo:

“Vedo che Ginoble prende appunti”,

(della serie: sta facendo qualcosa, in genere non fa niente). Ma fa male i suoi conti, Ginoble che è vicino a lui si alza di scatto, rosso in volto, si toglie il cappotto e forse questo gesto fa pensare a D’Alfonso che voglia venire alle mani, si impaurisce. Invece Ginoble dice:

“Tu devi smetterla di fare l’arrogante. E sappi che io almeno non ho mai messo in imbarazzo il partito, a differenza tua”.

Ginoble e D’Alfonso

Parole pesanti, pesantissime, che nella sala di via Lungaterno riscuotono consenso. Poi nel merito, in risposta al segretario regionale Marco Rapino:

“Noi siamo i più bravi, ma poi perdiamo le elezioni, forse qualche agenzia segreta ci fa perdere le elezioni”.

Ecco, le elezioni. C’è il fuggi fuggi, dalla Regione: i sondaggi sono pessimi, allora meglio ricavarsi una calda poltrona a Roma.

“Ma se sono così bravi e così forti, i D’Alfonso e i D’Alessandro, perché mai vogliono le candidature sicure al proporzionale e non si candidano nei collegi uninominali?”, si chiede un piddino critico.

ps: risposta: perché non sono così forti. Sennò non avrebbero perso L’Aquila e Ortona.




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