·Passeggiando in bicicletta·

La vita è spesso un cerchio. Anzi molti cerchi. In questa mia fase di mezza età, un cerchio è rappresentato dalla bicicletta. 

L’ho riscoperta l’estate scorsa.. Forse è stato quando in un mercatino ho incontrato e subito acquistato un classico esemplare da passeggio anni ’80. Pensavo di darla a mio figlio quattordicenne, che però, non potendo provare le mie stesse vibrazioni vintage, ha visto l’oggetto per ciò che era: una bicicletta in buono stato ma vecchia, scomoda, lontanissima dal design attuale. L’ho tenuta per me e a lui ho passato la mia, che era invece un  più recente regalo di mia moglie, quindi di aspetto accettabile, dal suo punto di vista. 

Qualche giorno dopo, volendo andare a trovare mia madre, ho pensato di montare in sella e ho percorso, con inaspettata facilità, i dodici chilometri di andata e di ritorno. Ho così riscoperto la bici nella sua antica funzione: quella del viaggio. Sì, perché in un tempo in cui non avevo né macchina, né motorino, la bicicletta era per me, durante le vacanze, l’unico  mezzo di trasporto e di viaggio. Il pomeriggio, o certe mattine nuvolose, montavo in sella e viaggiavo, con il corpo e con la mente. Andavo nei viali circostanti e guardavo le case, le macchine parcheggiate; immaginavo le vite che le abitavano e le persone che le guidavano. Ovviamente sognavo, un giorno, di stare anche io al volante di un’automobile. Intanto, però, avevo la bicicletta, con la quale mi spingevo sino all’edicola di Golfo Sereno, per comprare Alan Ford, che pure mi faceva immaginare luoghi e vite diverse. Altre volte, invece, partivo proprio con l’intenzione  di raggiungere una meta per me lontana. Partivo da solo, in genere, ogni tanto con qualche amico che condivideva il desiderio di esplorare. A Terracina, per esempio, andai con Roberto. Dieci chilometri percorsi di slancio, all’andata. Al ritorno, con il vento contrario,  una sofferenza; stavamo quasi per mollare, accostare da qualche parte e con il gettone telefonico che sempre i ragazzi responsabili portavano con sé, chiamare per chiedere aiuto, quando riconoscemmo il profilo di un edificio che ci fece sentire vicini a casa. Compiuta l’impresa, la sensazione fu di forza e di libertà.

Non ricordo quando ho imparato ad andare in bicicletta senza le rotelle. Ho solo qualche ricordo in bianco e nero: l’asfalto chiaro della strada del mare, la mano di mio padre che tiene il sellino, i pini vicino al mare. Di lato, parcheggiate, le macchine di allora: un’Alfetta, una Fiat 128, una Lancia Fulvia. 

Ricordo molto bene, invece, il momento in cui ho insegnato ai miei figli. Prima lei, aveva cinque o sei anni: tenevo la sella, lasciavo per qualche istante, poi per qualche secondo – “Vai che stai riuscendo”-, poi per qualche secondo in più, – “Dai, ci sei” – fino a che lei andò,  io rimasi dietro, e da lì esultai, a voce alta -: “Vai amore mio, vai, sei libera!”. Due anni dopo la scena si ripeté, più o meno uguale, con mio figlio.

Insomma dopo la riscoperta dell’estate scorsa, ora prendo la bici; di domenica, in genere, e giro per Roma. Ci sono le ciclabili, adesso, che permettono di pedalare in sicurezza. Ne ho scoperta una che dal mio quartiere arriva fino a Monte Antenne. Ho pedalato in salita, sottovalutandone la difficoltà, e ho pensato di mollare, come quando con Roberto tornavo da Terracina, però poi a un tornante m’è sembrato di intravedere il profilo oramai in rovina del Forte, e mi sono fatto forza. Sono arrivato sino a su. Ho sentito la stessa sensazione di forza e libertà di quando ero ragazzo. 

La fusione perfetta tra passato, presente e futuro, si è realizzata quando la mia applicazione musicale ha proposto la canzone di un artista ultra contemporaneo, e in quel preciso momento è comparsa una Lancia Fulvia; sembrava uscita da uno dei miei ricordi in bianco e nero, con  la targa che indicava la provincia di immatricolazione. Me la sono vista passare davanti e prendere la via Salaria, in direzione autostrade. Veniva dal passato, ma aveva ancora la forza, oggi, di viaggiare verso il futuro. 

Ispirato da questa visione, sulla strada del ritorno mi sono fermato dal giornalaio e oltre ai quotidiani ho comprato l’ultimo numero di Alan Ford. 

Una volta a casa, mi sentivo un supereroe, con i miei venti chilometri di saliscendi in bicicletta. Nel pomeriggio, per la verità, m’è venuto un discreto mal di schiena. Ma non fa niente. Aspetto che passi. E domenica prossima, se il tempo lo permette, parto di nuovo.  Il cerchio non è ancora chiuso.




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