·Il pullman, i fiori e i kamikaze·

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Tre immagini che porteremo con noi in questa Pasqua insanguinata.

La prima è quella del pullman ribaltato, in Spagna, al lato della strada, su un campo che parrebbe innocuo. Buono per la scampagnata fuori porta il lunedì dell’angelo. E’ il pullman dell’Erasmus, il pullman delle ragazze. Sono morte in tredici. Non le conoscevamo, ma da allora ci confrontiamo con i loro volti. Perché loro sono noi; sono quello che sarebbe potuto e potrebbe sempre succedere ad ognuno di noi.

La seconda è il fermo immagine del video che ritrae i tre attentatori, due dei quali kamikaze, all’aeroporto di Bruxelles. Tre viaggiatori come tanti. Non agitati, non tesi. Prendi tre uomini qualunque, tre che devono partire e prendere l’aereo, dopo averli fatti svegliare alle 6,30 per essere alle 8 in aeroporto, mettili a spingere tre carrelli con i bagagli ed avranno lo stesso comportamento: guarderanno avanti, l’aria distratta e un po’ indifferente, lo svogliato tentativo di orientarsi.

La terza è un altro fermo immagine, questa volta di un video ripreso con il cellulare nella metropolitana di Bruxelles già colpita dall’esplosione. E’ l’immagine di un uomo con un mazzo di fiori. Una immagine romantica ed inconsueta. Per l’ora e il luogo. Dove andrà questo signore, alle 8 di mattina, con un mazzo di fiori sulla metro? A chi li voleva portare? Per celebrare cosa? Sembra sereno, guarda in terra come chiunque, sulla metro, mentre aspetta che si aprano le porte per scendere dal treno.

Sono tre immagini che sembrano raccontare un momento diverso da quello cui appartengono. Nulla è come sembra. Quel campo apparentemente innocuo, buono per la braciola e il vino rosso, ha accolto l’uscita di strada ed il mortale ribaltamento del pullman. I tre viaggiatori distratti stanno per portare consapevolmente la morte a loro stessi e ad un numero imprecisato, ma che sperano il più elevato possibile, di persone. Non erano nemmeno tranquilli, avevano paura: è stata trovata una registrazione audio nella quale uno di loro, forse il giorno prima, si lasciava andare a dubbi e angosce. Poi i fiori, chissà a chi erano diretti, ma sono anch’essi l’incongruo corredo di un momento drammatico, che non viene percepito da chi osservi la foto.

Quelle immagini, si badi, sono reali, non sono ricostruzioni posticce a beneficio della videocamera o dell’obiettivo. Cosa c’è dunque di vero? C’è l’essenza più profonda di quello che è accaduto, la vera natura dell’angoscia cui partecipiamo e che ci attanaglia: il fatto che il confine tra la normalità e il dramma è minimo. Tra il prima e il dopo c’è un istante, una frazione di secondo. Un attimo prima c’è la normalità, il sonno sul pullman, le emozioni della giornata appena passata, le attese del domani, oppure la rabbia per il traffico, il carrello che è pesante, l’aereo che tarda, porca miseria che sonno, meno male che ho trovato i fiori, e un attimo dopo ci sono il nulla, l’assenza, il dolore e l’urlo, tuo, di chi sta vicino, di chi è lontano e vorresti qui, di chi non c’è più.

Noi, noi che rimaniamo e assistiamo a tutto questo, che possiamo fare? Cercare di vivere la normalità. Pensando, illudendoci che oggi sia sempre, che ora non finisca mai. Si tramanda, a volte, come se fosse un insegnamento di grande saggezza, l’invito a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Beh, non è vero. Per riuscire a vivere il quotidiano devi credere che sia per sempre. Altrimenti, e mica solo per il terrorismo o gli incidenti, perché ci sono pure per le malattie, finiresti per non fare nulla, paralizzato dalla paura. E quindi noi, fra qualche giorno, forse già a Pasqua, ricominceremo, senza pensarci troppo, a girare, passeggiare, viaggiare in pullman, prendere la metro e l’aereo. Deve essere così. Non sarà una mancanza di rispetto, una rimozione collettiva. Sarà l’unico modo possibile per vivere. Che poi è l’unico modo che abbiamo per rendere omaggio a chi non c’è più. Come i bambini, che in guerra, tra un bombardamento e l’altro, riescono persino a giocare.




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