·Parco delle rose, macigno sulla Regione·

Falso ideologico: fecero carte false per approvare il progetto del parco delle Rose di Lanciano in vista delle elezioni comunali e ieri a sette indagati è stato notificato il provvedimento di chiusura delle indagini. Finisce di nuovo nella bufera il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, da un mesetto eletto senatore della repubblica, insieme a quattro assessori, Marinella Sclocco, Silvio Paolucci, Dino Pepe e Donato Di Matteo, al capo di gabinetto Fabrizio Bernardini, all’ex segretario di Dalfy, Claudio Ruffini che all’epoca ha subito anche una perquisizione domiciliare: tutti marciano spediti verso il rinvio a giudizio.

Un filone d’inchiesta partito dall’Aquila e approdato a Pescara, nelle mani della pm Rosaria Vecchi. E’ terminata così la tregua elettorale: sembravano finite sotto il silenziatore le varie inchieste aperte sulla Regione Abruzzo e ieri invece, con la notifica della chiusura delle indagini e quindi con la imminente richiesta di rinvio a giudizio della procura di Pescara sul parco Villa delle Rose, si riapre un capitolo giudiziario importante e misterioso dell’attività regionale.

D’Alfonso con Pupillo e Paolucci in campagna elettorale a Lanciano

Il falso ideologico continuato, secondo la pm Vecchi si consuma durante la riunione di giunta del 3 giugno 2016 alla quale, a quanto pare, era assente il presidente della Regione che però firma la delibera e viene messo presente, e lo stesso assessore Di Matteo, che firma il verbale delle presenze ma se ne va poco dopo (l’unico che viene sentito dal magistrato ma che si è avvalso della facoltà di non rispondere, e quindi questa circostanza non è agli atti). A tutto assistono e si prestano gli altri assessori presenti  Silvio Paolucci, Dino Pepe e Marinella Sclocco, il capo di gabinetto Bernardini e il segretario Claudio Ruffini. Assenti accertati invece sia Andrea Gerosolimo che Giovanni Lolli, che infatti  non sono indagati. Un artificio per rendere valida una delibera che doveva essere approvata in tutta fretta, e che sarebbe servita come spinta elettorale per il sindaco Mario Pupillo che poi vinse al ballottaggio col 54,75 per cento dei consensi contro lo sfidante del centrodestra Errico D’Amico che si era apparentato con Casapound.

Marinella Sclocco

Falso in atto pubblico continuato: perché, secondo la procura (il fascicolo della chiusura delle indagini, il 415 bis, viene controfirmato dallo stesso procuratore capo Massimiliano Serpi), se la giunta regionale ha commesso un falso quella volta, il famoso 3 giugno del 2016,  avrà continuato a farlo fino a oggi. Al falso, d’altronde, la procura arriva grazie a una montagna di intercettazioni che provengono da un’altra inchiesta dell’Aquila, e in particolare  da un colloquio intercettato tra D’Alfonso e il suo segretario Ruffini, in cui i due concordano il da farsi, e cioè una giunta straordinaria per approvare il parco delle Rose di Lanciano alla quale D’Alfonso non ha mai partecipato.

Il sindaco Pupillo

Una delibera senza copertura di spesa, ad effetto spot. Che riguarda il parco, un progetto di 60 mila metri quadri già utilizzato per fiere e feste popolari, e dotato anche di un ippodromo. Il Comune vuole riqualificarlo e presenta alla Regione un progetto per la ricostruzione delle tribune, la realizzazione di piste pedonali e ciclabili e di un campo di calcio. Costo dell’operazione 1,5 milioni di euro, dei quali 1,2 a carico della Regione e 300 mila del Comune.

La delibera approvata il 3 giugno viene pubblicata con un mese di ritardo, e secondo Mauro Febbo di Forza Italia è priva dei pareri del Bilancio per la copertura finanziaria e del parere tecnico, che certifica la cantierabilità dell’opera. 

Claudio Ruffini

In realtà anche il modo in cui viene scritta la delibera appare subito strano:

“Considerato che l’area Villa delle Rose può e deve essere riqualificata per scongiurare che finisca ulteriormente nel degrado e diventi ritrovo di malintenzionati, per consentire ai giovanissimi, anziani e famiglie di avere uno spazio a forte vocazione ludica”,

non sono certo cose che in genere trovano spazio in un atto di giunta. Che tra l’altro si conclude, al punto 7, con una precisazione emblematica: scrive la Regione, “che il presente atto deliberativo, al momento, non comporta alcun impegno di spesa o accertamento di entrata”.

ps: Quindi, solo e soltanto uno spot elettorale, e per giunta condito da un falso. Un macigno grosso come una casa.




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