·Padri e figli·

A me piace moltissimo andare allo stadio. Lo trovo emozionante. Molto più che vedere una partita in televisione. Non c’è confronto. E’ la stessa differenza che c’è tra mangiare del cibo e vederlo mangiare. Per tralasciare altre e più lascive similitudini.
Sono stato gioiosamente abbonato alla Roma, insieme ad un mio caro amico, per venticinque anni consecutivi. Poi ho smesso.
E’ stato alla fine di un anno difficile, quando, dopo una dolorosa malattia, ho perso mio padre. Ho avvertito l’arrivo di una fase della vita nella quale l’appuntamento fisso dello stadio costituiva un lusso che non mi potevo più permettere.
C’era poi un’altra ragione: mio figlio, allora di 8 anni ed anche lui innamorato del calcio, non poteva quasi mai venire con me. Perché la sera, il freddo, i compiti, la scuola
Quando lo salutavo, la televisione era già sintonizzata sul canale dove avrebbero trasmesso la partita che io stavo andando a vedere allo stadio. Anche se aveva un atteggiamento festante, non riuscivo a godermi la partita, né le vittorie (quando c’erano, perché se tifi per la Roma, non è che sei proprio abituato a vincerle tutte).
Ho messo da parte l’abbonamento, dunque, per prendermi il posto che volevo nella fase della vita che stavo vivendo, con la mia famiglia, abbandonando l’obbligo, lo slalom tra impegni di lavoro, stanchezze, programmi diversi.

Allo stadio vado ancora, ogni tanto, perché è sempre emozionante. Vado quando è possibile, compatibilmente con il resto, e, soprattutto, a condizione che possa venire anche mio figlio. Sabato scorso era possibile, così siamo andati a vedere Roma – Lazio. E’ stata la partita perfetta. Intanto perché, all’inizio, le due tifoserie si sono unite, con un commovente applauso, nel ricordo di Gabriele Sandri, il giovane tifoso della Lazio, che, dieci anni fa, morì tragicamente, colpito da un proiettile partito dalla pistola di un agente di Polizia. Mi sembra importante che, al suo primo derby, mio figlio abbia assistito a questo momento di unione, nel nome di valori incontestabilmente superiori.
Dal punto di vista strettamente sportivo, ha vinto la Roma. Vittoria meritata e sofferta. Una gioia, per noi romanisti. Una gioia particolare, per me, averla vissuta insieme a mio figlio.

Tornati a casa, abbiamo celebrato, insieme al resto della famiglia, il momento appena vissuto, compiacendoci per l’impresa.
Poi è arrivata l’ora di andare a dormire. Bacetti, buona notte, forza Roma, che partita ci siamo visti, eh?

Su una mensola, vicina al mio comodino, conservo un cappello della Roma. L’ho ritrovato da poco, tra alcune memorabilia saltate fuori da una scatola dimenticata. Risale agli anni 70. Precisamente al 22 maggio 1977. Mio padre era andato allo stadio, a vedere Roma – Bologna, l’ultima partita di quel campionato. Ero abituato al fatto che andasse allo stadio, ogni tanto. Solo che, da un paio d’anni, io avevo cominciato a seguire il calcio ed ero diventato tifoso della Roma. Collezionavo le figurine dell’album dei calciatori, che studiavo in ogni dettaglio. Quel giorno, accompagnando mio padre alla porta, per la prima volta mi venne di chiedergli se potevo andare con lui. Non era possibile, perché aveva un solo biglietto, però un’altra volta, sì, certo, saremmo andati insieme. Seguii la partita alla radio ed esultai al gol con cui Di Bartolomei regalò a quella Rometta l’ottavo posto in classifica. Quando tornò, mio padre estrasse dal cappotto due cappelli giallorossi, uno per me ed uno per mio fratello.
Sfioro il cappello con le dita e mi sembra di vivere il sentimento che provò mio padre, quella domenica: avviandosi per le scale, mentre lo salutavo, deve avermi immaginato vicino alla radio, ad ascoltare la cronaca della partita che lui, invece, avrebbe visto allo stadio. Avevo otto anni. Adesso so perché, dopo quella domenica, non è più successo che mio padre andasse allo stadio senza di me.





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